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(UN’INTRODUZIONE AI) FUGAZI

Da dove cominciare? Si rischia sempre di incappare nel retorico e nel celebrativo fine a se stesso quando ci si trova dinanzi una band di tale mole e rilevanza, prezioso punto di riferimento per centinaia di band fin dalla propria nascita, alla fine degli anni ’80, e faro assoluto dell’intera scena indipendente (quando il termine “indipendente” ancora significava qualcosa) americana da più di 20 anni a questa parte. Una band che ha costruito il proprio nome e la propria fama nel tempo, rimanendo tuttavia sempre fedele a sé stessa, non tradendo mai (in oltre venti anni di carriera, è bene ribadirlo) né la fiducia incondizionata (e ripagata profumatamente, grazie a un’integrità e un’onestà rimaste ineguagliate nella storia recente del rock) dei propri fan né la stoica etica underground, low-profile, anti-corporativa e anti-capitalista nella quale poggia le propria fondamenta. Rimanendo sempre (e volontariamente) ai margini dell’industria discografica, avversi a qualsivoglia logica di mercato (distribuzione, promozione, interviste, concerti: tutto avviene al di fuori dei circuiti ufficiali), i Fugazi sono riusciti egualmente a inferire dei colpi durissimi all’establishment musicale a cavallo tra fine anni ’80 e primi ’90, a suon di grande musica e grazie a una matura consapevolezza dei propri mezzi. Pur essendo perfettamente consci del ruolo vitale da loro rivestito all’interno del panorama musicale indipendente nazionale (e non), a mò di simbolo, guida spirituale, perfino coscienza della “scena”, ciò non è mai andato a scalfire o inficiare il loro modo di intendere e vivere la musica, permettendo ai quattro di continuare a perseguire i propri obiettivi in armonia con la propria filosofia di irremovibile e ostinata coerenza, sempre in totale, cristallina indipendenza (aridaje…). E a vedere gli innumerevoli quanto prestigiosi attestati di stima nei confronti della band, nonché il rispetto e l’ammirazione incondizionati di pressoché chiunque guadagnati nel corso degli anni, tutto sembra tornare. Dopo aver mandato all’aria ogni (buon) proposito di oggettività e distacco, andiamo ad analizzare nello specifico le origini e le vicende del seminale combo statunitense.
Siamo agli albori degli anni ’80, l’hardcore è da poco esploso nello sconfinato territorio dei Padri fondatori, fenomeno travolgente, dilagante , diffondendosi a macchia d’olio sul suolo statunitense da Est a Ovest, da New York a Los Angeles, da Washington D.C. a Boston. Ed è proprio nella capitale d’America che nasce una delle più affascinanti e prolifiche scene musicali di sempre, nonché una delle più incredibili qualitativamente parlando, che farà capo fin dall’inizio alla (ormai divenuta storica) Dischord, etichetta fondata nel 1980 da due ragazzetti come tanti della grigia periferia borghese della capitale, tali Ian MacKaye e Jeff Nelson, allo scopo di pubblicare i dischi delle proprie band e di altre band locali punk hard-core, per supportare quella che si preannunciava già allora come una scena molto intensa e febbrile. La Dischord diverrà in breve tempo una delle più famose label discografiche indipendenti d’America. La storia dei Fugazi è (anche) la storia della Dischord, e le due vicende appaiono indissolubilmente connesse, legate intrinsecamente, se non addirittura geneticamente, da vincoli talmente labili che arrivano a (con)fondersi e divenire un tutt’uno. La prima band ad incidere per la Dischord è quella dei Teen Idles, con MacKaye al basso e Nelson alla batteria; “Minor Disturbance E.P.”, la mitica prima uscita della Dischord, vede la luce nel settembre del 1980. Di lì in avanti l’etichetta sfornerà una fucina di band incredibili, entrate di diritto nella storia del punk e dell’hardcore (anche se tali etichette vanno oggettivamente strette a molte di loro). Tre le band più significative di quei primi, frementi anni, se non della Dischord tutta, vi sono i leggendari Minor Threat, con MacKaye stavolta alla voce, Nelson alla batteria, Brian Baker al basso e Lyle Preslar alla sei corde; considerati all’unanimità tra i più grandi gruppi hardcore di sempre, la loro breve vicenda dura però l’arco di soli tre anni, fino all’83. MacKaye è però attivissimo e, oltre a sfornare incessantemente una serie di fantastiche “releases” nel proprio studio personale e molto casalingo, gli “Inner Ear Studios”, in qualità di “boss” dell’etichetta, si prodiga in numerosissimi altri progetti estemporanei. Tra i più significativi, gli Embrace (dall’85 all’86) con MacKaye ancora una volta alla voce, leader maximo e autore di tutti i (magnifici) testi, Ivor Hanson alla batteria, Michael Hampton alla chitarra e Chris Bald al basso, autori di un unico, splendido album omonimo, che già mette in luce le evidenti differenze in materia di suono e approccio con le precedenti esperienze di MacKaye, in primis quella con i Minor Threat.
Parallelamente agli Embrace, spiccano le gesta di un altro incredibile ensamble, forse il più sperimentale e adulto dell’intero rooster Dischord dell’epoca, per il quale si incomincia ad utilizzare il termine emo-core (che sta per “emotive hardcore”, e il cui senso/significato è stato purtroppo completamente snaturato e distorto negli ultimi anni, dando luogo a odiosi quanto pietosi equivoci), per mettere in evidenze il flusso di emozioni che scaturisce dall’ascolto della loro musica: i Rites Of Spring (‘84-‘86), composti da uno straordinario e intenso giovane vocalist, tale Guy Picciotto, con Micheal Fellows al basso, Eddie Janney alla chitarra e Brendan Canty al drumset. Basti dire che i quattro incidono tra le cose più belle ed intense non solo dell’etichetta, ma di quel fantastico periodo in generale, e mi fermo qui per stringenti esigenze di spazio (che del resto sto beatamente e ugualmente mandando a farsi fottere…).
Caratteristica essenziale dei gruppi di Washington sembra però essere il fragile equilibrio interno, tanto che quasi tutti durano al massimo l’arco di un biennio o triennio. I Fugazi rappresentano una sorprendente e anomala eccezione anche in questo.
Arriviamo al 1987. Ian MacKaye decide di dare vita ad una nuova band che sia in grado di veicolare al meglio tutta la frustrazione e la disillusione di un’intera generazione, che possa lanciare in qualche modo un dirompente grido di allarme, far sentire la propria voce e fornire un aiuto e un sostegno per districarsi tra una perdita di valori sempre più tangibile e una crisi d’identità oramai generalizzata, in un periodo non di certo tra i più brillanti e allegri della storia americana recente , quello dell’amministrazione Reagan prima, fino all’89, e di quella Bush poi, fino al ’93.
Il fondatore della Dischord decide quindi di coinvolgere suoi amici e compagni d’avventura già in altre esperienze dell’etichetta. Impugna chitarra e microfono e chiama a raccolta Guy Picciotto, anch’egli a voce e chitarra, e Brendan Canty alla batteria, già negli indimenticabili e sopraccitati Rites Of Spring. Ai tre si aggiunge poi Joe Lally, amico e conoscente dei tre, al basso. Per il nome del gruppo, i quattro ricorrono ad un’espressione dello slang militare americano durante la guerra del Vietnam, Fugazi, da intendere come acronimo per “Fucked Up, Got Ambushed, Zipped In” (“fottuto, preso in imboscata, chiuso dentro”), con riferimento a situazioni caotiche e fuori controllo di combattimenti nella giungla. Nascono dunque i Fugazi. La musica rock non sarà più la stessa.
Tra il 1988 e il 1989 arrivano i primi vagiti discografici del quartetto, ed è subito meraviglia. Trattasi dei due storici ep Fugazi e Margin Walker, successivamente messi assieme e riediti in un unico album dalla Dischord (13 Songs), in cui viene immediatamente posto in rilievo il tipico marchio di fabbrica del suono fugaziano di lì a venire. Si tratta di lavori devastanti, rivoluzionari, di pietre miliari dell’hardcore tutto, se ha ancora senso continuare a chiamarlo (soltanto) così. Un suono spontaneo, immediato, rabbioso ed energico ai massimi livelli, ma complesso e ponderato nella sua studiata semplicità, in cui già emergono le grandi doti tecnico-esecutive dei quattro: la sezione ritmica mozzafiato, granitica, affiatatissima , i favolosi intrecci delle due chitarre, le loro trame armoniose e dissonanti allo stesso tempo, la voce hardcore al vetriolo di MacKaye e quella sgolata, irresistibile ed emo-zionante di Picciotto a fare da contraltare. Da citare almeno Wating Room, primo, travolgente e indimenticabile inno del gruppo tra i tanti che poi gli seguiranno, una chiamata alle armi (del pensiero), con i cori del call and response a rendere ancora più tangibile il senso di comunione tra band e proprio pubblico dal vivo.
A proposito di concerti dal vivo, apprendo da notizie intercettate in rete che il gruppo, nel tentativo di scoraggiare il violento pogo e le risse che si sviluppavano talvolta durante i concerti, e affermando che si trattava di (tristi) ricordi e reperti del periodo primigenio dell’era punk/hard-core a cavallo tra fine ‘70-primi ’80, prendeva occasionalmente uno spettatore protagonista di qualche rissa e, prima di allontanarlo definitivamente dal concerto, gli consegnava una busta contenente 5 dollari come rimborso del prezzo del biglietto. Senza considerare la loro ferma volontà di mantenere il prezzo dei biglietti dei loro concerti entro un tetto il più basso possibile. Tanto per rendere un’idea dell’integrità dei quattro…
Arriviamo al 1990: è l’anno di Repeater. Uno dei più grandi dischi rock dei ’90, anzi autentico bignami della storia del rock re-interpretata secondo l’approccio inconfondibilmente punk e geneticamente superiore del suono washingtoniano. Un’autentica bomba. L’intreccio fra gli strumenti si fa ancora più intricato e fluido. La band continua a crescere e a compiere passi da gigante in termini di personalità e capacità esecutive, nonché in ambito produttivo (vedasi il brano omonimo), con il consueto apporto del produttore di fiducia di casa Dischord, Don Zientara, praticamente denominatore comune di quasi tutte le uscite della label.
TurnoverMerchandiseBlueprintStyrofoamReprovisional, i Fugazi inanellano un capolavoro dietro l’altro. E anche la gente là fuori incomincia ad accorgersene: le vendite incominciano a lievitare e a farsi consistenti, il nome del gruppo si diffonde sempre più, le classifiche incredibilmente non sembrano più un semplice miraggio. I Fugazi, però, rimangono incredibilmente con i piedi per terra, mantengono il loro low-profile da ragazzi della porta accanto; rifiutano, in poche parole, il successo di massa e lo respingono con tutto l’acredine e il disprezzo possibili. O forse no. Forse i quattro, sagacemente, dall’alto della loro visione, impiegano la migliore delle armi possibili: l’indifferenza, la noncuranza più totale. Snobbano grandiosamente le lobby del potere mediatico-musicale, rimango ai margini dell’impero (ma solo per poterlo colpire ancora più forte) e ne creano di sana pianta un altro, ben più vitale e appassionato.

Nel 1991 è la volta di Steady Diet Of Nothing, un altro album sbalorditivo. Il sound si complica e ibrida ulteriormente (così come sarà sempre nei dischi dei Fugazi), diviene ancora più isterico e instabile, l’impasto delle voci agli antipodi di MacKaye e Picciotto sempre più maturo e consapevole (ahh, quella maledetta voce di Guy… N.B. Nice New Outfit è da orgasmo…) le sperimentazioni si spingono ancora più in la, allo scopo di rompere altre barricate e convenzioni preconfezionate. Le chitarre sanno vagamente di noise, di Sonic Youth, con la benedizione di Mr. Albini, e gli Slint fanno capolino qui e là. Ma sono solamente dei piccoli, imprecisi quanto vaghi sentori, il suono rimane assolutamente unico e peculiare, di un’originalità inimitabile che poche band avranno la capacità di ricreare di lì in avanti.
1993: è la volta di In On The Kill Taker, ancora più abrasivo, dissonante, violento, ma allo stesso tempo melodico e armonioso alla loro maniera. Da segnalare la dedica (almeno nel titolo di un brano) a un altro grande americano, l’indimenticato cineasta John Cassavetes. L’opera vende ancora meglio, entra nella classifica dei 200 più venduti di Billboard, senza alcun supporto pubblicitario-commerciale che possa definirsi tale.
Con le successive tappe Red Medicine (1995), End Hits (1998) e The Argument(2001) la sostanza non cambia, e anzi il discorso musicale dei Fugazi si fa ancora più ambizioso, avvincente ed entusiasmante, mantenendo però inalterato il suo inconfondibile dna. “The Argument”, in particolare, lascia esterrefatti gran parte del pubblico e della critica; molti rimangono basiti, confusi, intontiti da tanta maestria e freschezza innovativa a discapito degli anni sulle spalle dei quattro; molti blaterano e insinuano che i Fugazi si siano ammosciati, commercializzati, che abbiano perso la smalto dei vecchi tempi. Stronzate. Si tratta dei Fugazi versione 2000, e valgono assolutamente il prezzo del biglietto, forse ancora più che in passato.
Dopo di che, il silenzio. Un silenzio che ormai va avanti da oltre dieci anni e che non sembra far presagire alcunché di buono, nonostante i quattro non si siano mai ufficialmente sciolti (o, perlomeno, non abbiano mai reso pubblica una dichiarazione ufficiale in tale direzione). A rompere parzialmente la situazione di stallo (per lo meno discografico) è stata recentemente la pubblicazione e messa a disposizione sul sito della Dischord, in formato mp3 e previa pagamento di 5 $ ciascuno, di oltre 800 concerti della band registrati in varie forme e modalità tra il 1987 e il 2003, nelle centinaia di tour intrapresi della band tra Stati Uniti, Europa, Sud America, Giappone,Australia e altro ancora.
Assieme alla “Fugazi Live Series Online Archive” (questo il nome dato alla monumentale operazione archivistica), una serie (contenuta, ridotta, si badi bene) di recenti interviste da parte di MacKaye (e anche Lally) ha riacceso flebili speranze di rivedere un giorno all’opera i quattro, nelle mitiche mura dell’Inner Ear Studios di Arlington o anche soltanto dal vivo su di un palco degno del loro nome. Ma con Picciotto nelle vesti di produttore, MacKaye con i suoi Evens e la perenne attività come boss della Dischord (che ha compiuto e abbondantemente superato i trenta anni di attività), Lally da solista (che curiosamente adesso vive a Roma, ndr) e Canty disperso chissà dove, gli impegni dei quattro non sembrano permettere al momento alcuna previsione sul futuro prossimo dei Fugazi.

N.B. – Un episodio davvero esemplificativo del “mondo Fugazi”:
Una querelle risalente a Giugno 2005 arriva ad una conclusione – per il momento – con le scuse formali di Nike all’etichetta di Washington DC Dischord. La Nike Skateboarding si era più che liberamente ispirata alla copertina del celebre album omonimo dei Minor Threat per promuovere il suo Major Threat Tour sulla East Coast, ovviamente senza chiedere alcun permesso di utilizzo alla Dischord e al gruppo. Il fondatore dell’etichetta nonché membro della band Ian MacKaye si era detto disgustato dall’idea che l’azienda potesse in qualche modo raggirare i molti ragazzi che si avvicinano allo skate e alla cultura underground, sottintendendo una sorta di comunità di ideali tra Nike e Dischord (e i Minor Threat in particolare)”. (da freakout-online.com)

Ecco la lettera di scuse della Nike alla Dischord: ”A Minor Threat, Dischord Records e ai loro fans – La Nike Skateboarding si scusa sinceramente per il poster ispirato alla copertina del disco dei Minor Threat. Nonostante le voci che circolano, l’agenzia Wieden & Kennedy non ha avuto niente a che fare con la creazione del poster suddetto e non deve essere chiamata in causa. Per dire le cose come stanno, il poster del Nike Skateboarding “Major Threat” tour è stato disegnato, eseguito e promosso dagli skateboarders, per gli skateboarders. Tutti gli impiegati Nike responsabili del poster sono fan dei Minor Threat e della Dischord e provano solo profondo rispetto per entrambi. La musica e la copertina dei Minor Threat è stata fonte di ispirazione per numerosissimi skateboarder da quando l’album è uscito nel 1984 e per i membri della Nike Skateboarder la cosa non è diversa. Abbiamo pensato che visto che il tour finisce a Washington, DC e che la copertina ha un’immagine molto forte, questa fosse una scelta perfetta ma abbiamo sbagliato e non avremmo dovuto proseguire senza consultare il gruppo e la Dischord. Ci scusiamo per tutti i problemi che questa scelta può aver creato e vogliamo sottolineare che non abbiamo alcuna relazione con i membri dei Minor Threat o con la Dischord e che questi non hanno mai appoggiato la nostra operazione. Tutti gli sforzi necessari a rimuovere tutti i volantini (sia stampati che digitali) sono stati fatti. Ci scusiamo di nuovo. Nike Skateboarding.
Ci siamo capiti, no?

DISCOGRAFIA
FUGAZI (ep) – 1988
MARGIN WALKER (ep) – 1988
13 SONGS – 1989
REPEATER (ep) – 1989
3 SONGS (ep) – 1989
REPEATER + 3 SONGS – 1990
STEADY DIET OF NOTHING – 1991
IN ON THE KILL TAKER – 1993
RED MEDICINE – 1995
END HITS – 1998
INSTRUMENT (soundtrack) – 1999
THE ARGUMENT – 2001
FURNITURE (ep) – 2001

Written by: Paolo Colavita