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Elezioni, ricambi ed il mito di Napoleone


Se il 2012 deve essere l’anno dei ri-cambi di leadership ( oltre che delle gioie di Nostradamus ), i primi tre mesi sono stati all’insegna di odori di scontri, tensioni, e certo, di tornate elettorali. Che si tratti di primarie o parlamentari, le elezioni vengono in congiunzione con la tensione internazionale che trova la sua area prima di azione nel vicino est. In meno di due mesi sono andati a votare cinesi, iraniani, russi, americani. Certamente, le elezioni non sono uguali per tutti – chi più e chi meno, e soprattutto chi può.
A prescindere da semplicistiche valutazioni in merito, è facile tracciare le linee di palesi differenze tra un elezione l’altra – e non solo perché le telecamere volute da Mr. Vladimirovic nei 91mila seggi non sono servite a camuffare evidenti brogli elettorali. Né, di certo, bisogna chiedersi perché la vittoria dei protetti dell’imam in Iran sia stata definita tanto falsa quanto un plebiscito, al pari della Cina. Certo, però, qualcosa è cambiato. Una variabile da non sottovalutare è la rivoluzione del network degli ultimi anni. Tutti hanno avuto modo di conoscere la rivoluzione del network, di cui i paesi dell’est sono grandi utenti nazionali :in Russia il numero di utenti nel 2011 era di 50,8milioni di persone, il più alto in Europa. L’Iran prima del blocco voluto da Ahmdinejad il 13 Febbraio contava 30 milioni di utenti (e se i Principalisti di Khamenei vincono su Ahmadinejad non stiamo parlando di grandi venti di cambiamento). Senza esagerare nei termini, il potenziale di un tweet dopo la rivoluzione araba poco invidia quello di un tocco di uranio arricchito.
Se c’è una lezione per Putin in questi giorni, è questa: il prezzo della vittoria è direttamente proporzionale agli accessi internet del paese. Tappare la bocca a Navalnij ed al leader della sinistra Udaltsov era stato messo in conto, ma ormai l’irregolarità che si celerebbe dietro il 63,3% dei consensi ottenuti non stupisce di più di tanto rispetto ai giochi di potere inter Russia Nuova ( in primis, lo scambio di ruoli con Medved ). Ed il tutto si è condensato in un corteo di 80mila persone contro la perpetrazione del regime: il più grande in Russia negli ultimi venti anni.
D’altra parte, nel presunto democraticissimo mondo americano, i repubblicani hanno infiammato l’orgoglio conservatore dei più nella disputa del 6 marzo. Santorum, infiammato moralista, ed il neo-reaganista Romney sono stati protagonisti principali di un avvincente scontro elettorale. La loro propaganda nulla aveva da invidiare al Kulturkampft tedesco e non si è risparmiata dal prendere posizione in campo estero mettendosi in piazza con l’ormai superbellicosa Israele. Ma il super Tuesday non ha portato vittorie schiaccianti: Romney si tiene un 34% dei candidati e di poco lo segue Santorum con il 24%. Eccezion fatta per stati jolly come l’Ohio ( a maggioranze risicate, per di più), l’esito finale della tornata si è risolta nell’arroccamento di tutti i super candidati delle primarie nei loro stati: Grinwich in Georgia, Santorum in Oklahoma e North Dakota e Romney in Massacchuttes ( di cui era governatore ), Paul in Virginia. Insomma, visto che i 1147 candidati sono lontani dall’essere raggiunti, si è decisamente punto e a capo.
Per Obama saranno tempi duri; o meglio, saranno tempi duri per chi ha posto cinque anni fa la sua candidatura all’ufficio della presidenza degli US sulla ripresa, e sulla rinascita del paese. Yes We Can era il motto, un credo ; il suo discorso d’insediamento uno dei più apprezzati – e visualizzati del web in tutto il mondo. La volontà di Obama del 2012 è forse non più ottimista come all’inizio, certo più pragmatica e realista, ma pur sempre forte e non debole nel temporeggiare nel caso iraniano. Invece il mondo repubblicano fa leva sull’anima dell’America, che a detta di Mitt non è solo ‘economia’, ma un paese basato su principi. E di qui l’eterno dilemma tra ‘volere’ e ‘potere’: cosa vuole l’americano e cosa può l’America.
Il che è un po’ il dilemma di tutti i paesi del primo mondo. Un pezzo di Foreign Policy, titolo ‘The Return of The King” ad opera di James Poulus portava all’occhio del lettore lo strano caso del progetto francese di Napoleonland. Altri non sarebbe che la rivale Disneyland europea; un progetto che è ancora sulla carta ( abbastanza lontano dalla carta, anzi ) in cui ricreare la battaglia di Montereau del 1814 al modico prezzo di 180 milioni di euro ( re-distribuiti in 3000 posti lavoro, n.b. ) etc etc. Il punto di Poulus però era nel pensare come la figura di Napoleone, nel bene o nel male, dall’alto della rivoluzione dei cui valori e del cui destino si è fatto portatore, affascini il mondo occidentale.
Ed anche, come possiamo avere bisogno di un governo scientifico; e non a caso, l’ultimo anno è stato ( ed è tuttora ) l’anno dei governi tecnici. Attenzione, necessari si per salvare una situazione di emergenza, ma anche ben visti. L’ultima inchiesta italiana ha dato note positive riguardo il mantenimento di un governo tecnico democraticamente eletto – e mettere in competizione elettorale un partito di tecnico vede un buon 22% di consensi, oltre a realizzare la conditio sine qua non la legittimità del governo tecnico trovi il suo posto nel sistema democratico.
Ma che un popolo si appelli a principi divini o di scienza per la propria sicurezza o semplicemente per riscoprirsi grande, questo è questione di intelletto. A livello pratico, l’unico modo per esprimersi è quello del voto. E il voto è, parafrasando il lavoro del politologo Downs , uno specchio dell’anima del cittadino. Sia che si voti in un contesto democratico o meno, la scelta del prossimo volto gioca su personaggi sulla difensiva; o si spera davvero nel ritorno del grande condottiero? Certo, si tratterebbe di un’esagerazione riguardo un piccolo trend. Ma chissà cosa ci riserva il resto dell’anno.

Written by: Marzia Picciano