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LA CITTÀ CHE SOGNA AD OCCHI APERTI

Ho davanti a me un semaforo, strisce pedonali, una strada. Sono all’ombra. Tanti incroci. Macchine gialle ovunque. Il suono della sirena. Odore di hot dog al chili. Fumo dai tombini. Sono a New York.
Baricco sostiene che agli inizi del Novecento, tra tutte le classi del Virginia, ci stesse una persona, una sola persona con l’America negli occhi da una vita che un giorno avrebbe urlato il suo nome sillabandolo da quella nave.
Forse avrà fatto un patto con il diavolo (magari quello che veste Prada) questa città per non deludere mai.
I mega quartieri che la fanno unica sono cinque e si chiamano boroughs. Ognuno di essi ha il suo perché.
A partire da ciò che sta a ridosso dell’East River: Long Island.
Ci si arriva con una passeggiata lungo il ponte, lo stesso sotto il quale nel 2004 gli U2 fecero il concerto dedicato alla “City of blinding lights”.

Da qui, oltre alla Statua della Libertà, si scorge anche lo storico mercato del pesce Pier 17.
E poi la soglia con la scritta “WELCOME TO BROOKLYN”.
Una mondo a parte. Skaters, campi da basket e gente casual che cammina scanzonata. E Williamsburg, con i suoi colori, i negozi vintage, e quello che il Times ha definito “The Woodstock of Eating”: Smorgasbourg. Il festival dello slow food a km 0, in nome dell’organico e del home made.
Nella parte ovest della stessa isola, il Queens.
Se Brooklyn é il borough più popoloso di NY, questo é di sicuro il più variegato di etnie. Oltre ai due aeroporti J.F. Kennedy e LaGuardia, ci sono anche le zone residenziali costruite seguendo il principio della “città giardino”, come Forest Hills Gardens in stile Tudor, o la Kew Gardens dei viali alberati.
A sud ovest Staten Island, con le sue casette di legno a tre piani. Il paradosso di quest’isola é che fino al 2002, oltre ad esserci la maggiore percentuale di parchi ed aeree verdi della Città, ospitava anche la più grande discarica del mondo: Fresh Kills Landfill, dove vennero depositati i 2 milioni di tonnellate di detriti del Ground Zero.
All’estremo nord della megalopoli il Bronx, con i suoi quartieri irlandesi stile The Departed o La venticinquesima ora, lo Yankee Stadium e la chiesa di St. Jerome.
E poi c’é Manhattan, stretta nei quattro km di terra compresi tra l’Hudson e l’East River.
Una lingua di terra connotata dalla confusione che, con quel suo “non so ché”, riesce ad apparire quasi confortevole tra le sfaccettature dei suoi neighborhoods.
Midtown. Il cuore della città dove da undici anni anni nel mese di marzo prende vita, presso Piers 92 94, l’Armory Show: il perno attorno al quale per una settimana volteggiano gli eventi più attesi riservati all’arte contemporanea con una media di 52mila visitatori l’anno.
Le luci di Times Square e i teatri della Broadway. Sui marciapiedi venditori ambulanti propongono sceneggiature di film e ci sono chioschi di hot dog ad ogni incrocio. La Grand Central Station, la sede del Times e la Rizzoli (l’unica rimasta all’estero) dove le scale scricchiolano ancora.
Il monumento di Wright custode del Guggenheim, la Frick Collection in nome dell‘800, i Pollock del MoMa e i capolavori del Metropolitan.
Il polmone cittadino: Central Park, incredibilmente silente. Davanti il parco, il cubo di vetro con la mela e poi, girando a sinistra, la 5° Strada. Ecco l’appuntamento mattutino di Audrey, Tiffany e in fondo, all’incrocio con la 58th, Bergdorf & Goodman.
L’Upper East Side dei milionari e la Madison.
Il grattacielo di King Kong, l’Empire State Building, che purtroppo dal 2001 é tornato ad essere il più alto di New York con le sue 6.515 finestre.
Il perché di Harlem sta nell’assistere ai canti Gospel dentro le chiese dai mattoni rossi.
La Chelsea devota all’arte con le gallerie e l’hotel omonimo del cortometraggio “Chelsea girls” di Warhol, per entrare nel mondo della fatidica Factory degli anni più trasgressivi, i ’60.
Meatpacking, il quartiere di Samantha Jones, un tempo era un concentrato di magazzini per la carne appena macellata. Oggi é casa di alcuni tra i ristoranti più brillanti come Pastis, dove offrono un Martini alla mela verde che rende incosciente l’attesa per avere il tavolo. Locali come il The Box -così burlesque– e alberghi di design come lo Standard.
Le anatre laccate in vetrina, come nei vicoli della vecchia Beijing, e una fiumana di gente concentrata: Chinatown. Esattamente come la si immagina.
Downtown con Wall Street, quella del film di Oliver Stone. La vetrina degli scempi e delle glorie della finanza. Un flusso continuo di segretarie appetibili e uomini con la ventiquattr’ore e lo smartphone collegato ad un’auricolare.
Quando scende il tramonto gli sckyscrapers prendono il colore del cielo, e dalle tante finestre sprizzano schegge di luce.
Ma ecco Louis Armstrong e Ella Fitzgerald con “Our love is here to stay”: il Greenwich Village. Una città nella Città.

Per prendere una boccata d’aria e perdersi tra le strade in miniatura, le palazzine a mattoncini e le scale antincendio. Una pausa da rooftop e grattacieli.
Washington Square e l’arco trionfale, quello dell’arrivo in Città di Harry e Sally nel ’89 nel film di Nora Ephron.
L’ NYU. La storica Magnolia Backery in Bleecker Street con la vetrina piena di cupcakes color pastello. Mott Street e il Caffé Gitane. Le piccole librerie nascoste dietro l’angolo e i ristorantini italiani.
In autunno sembra un bouquet di matite ben temperate, così la descrive Meg Ryan in “C’é posta per te“.
A dicembre diventa il paese dei balocchi. Palle di natale e soldatini giganti ai lati delle strade. La pista di pattinaggio del Rockfeller Center, l’aria che profuma di cannella, e il silenzio della neve che si poggia su ogni dove.
Poi arriva la primavera, e si lascia abbracciare da un clima dolce.
L’estate é calda, ma si può andare “A piedi nudi nel parco”. Una Coca-Cola ghiacciata può essere d’aiuto, anche per le file che ci sono da fare all’ingresso dei musei.. Poi per rilassarsi lezioni di yoga a Bryant Park.
Che cos’é New York? E’ una possibilità. Una genitrice di tendenze, una capitale della moda, un punto di arrivo per gli artisti contemporanei e un punto di partenza per la sceneggiatura di un capolavoro come Manhattan di Woody Allen.
Qui si vendono chimere e non si dorme mai, perché Lei, ladies and gentlemen, é la città che sogna ad occhi aperti.

Written by: Andrea