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Conversazioni private

Conversazioni private, che Bergman terminò nell’estate del 1994 e diede alle stampe due anni dopo, è il terzo movimento di un affresco familiare che comprende Con le migliori intenzioni e Nati di domenica. I tre romanzi, preceduti da quello dedicato a Fanny e Alexander e dall’autobiografia (tutta chiusa ed estesa in un tempo interiore) Lanterna magica, sono ancora qui tra noi a indicarci come l’abbandono del cinema da parte di Bergman, un abbandono del tutto nominale, sia stato seguito da una febbrile attività scrittoria. E del resto, chi avesse la possibilità di leggere le sceneggiature del regista, saprebbe bene come il tasso letterario di quelle pagine sia d’inaspettata e sorprendente caratura.
Attraverso uno spunto biografico (il tradimento che suo padre, il pastore HenrikBergman scrive della relazione che lega Anna al giovane seminarista Tomas, e delle conseguenze che la relazione determina sul marito di Anna, personaggio cui impietosamente Bergman dà nome Henrik.
Ma quale novità in una storia di tradimenti? Lo stesso Bergman aveva già scritto e diretto cose sull’argomento. Basti pensare al tradimento di Johann, in Scene da un matrimonio, sceneggiato e diretto venti anni prima, nel 1974. E, in seguito, nel 2000 avrebbe sceneggiato un film diretto dalla ex compagna Liv Ullmann, intitolato L’infedele (a sua volta, la Ullmann aveva diretto una trasposizione su pellicola di queste Conversazioni private).
Le pagine di questo romanzo non si limitano a descrivere i dieci anni di relazione extraconiugale vissuti da Anna. C’è qualcosa in più, e qualcosa in meno, di una semplice cronistoria familiare.
Sono tre i personaggi di Conversazioni private: Anna, padre Jacob (il suo confessore) e Henrik. Un giovane uomo, Tomas, incolore e in balia degli eventi, così incapace di prendere alcuna decisione da far domandare al lettore cosa abbia visto in lui Anna. Un uomo nel fiore della sua età, Henrik, che rifiuta di accettare la realtà dell’adulterio per rifiutare la possibilità che sua moglie, Anna, possa prendere decisioni per sé. E padre Jacob, la quercia cui si aggrappa, e sotto cui si ripara, Anna.
Anna è un personaggio estremamente ambiguo. Ha la consistenza della ceramica: da un lato è dura, forte, determinata nel seguire la propria passione (parola chiave che ritorna più volte nelle immagini e nella scrittura di Bergman, come demone che tutto travolge), ma dall’altro è estremamente fragile nel cedere al ricatto affettivo di Henrik, e forse anche ottusa nel non voler vedere l’atonia di Tomas.
Il qualcosa in meno, in questo romanzo, è in un dettaglio così evidente da passare quasi inosservato: nessuno dei personaggi di questo romanzo evolve. Anna si agita, cerca di affermarsi, riuscendoci per quasi dieci anni di relazione con Tomas, ma poi torna all’ovile. Tomas riprende i propri studi per prendere i voti, e Henrik vede la ricomposizione del quadro familiare; un quadro certo più scontornato. Anna è come Emma Bovary, ma con la testa priva di fumisterie letterarie ad annebbiarle l’intelligenza e i sensi. Non c’è alcuna ironia sottesa nel suo dramma.
Padre Jacob è il sismografo che registra i movimenti del cuore di ognuno dei personaggi. Ho sempre avuto l’impressione che questo anziano personaggio rappresentasse la voce di Bergman in un romanzo che, se si fosse limitato a registrare la cronaca di una famiglia svedese dei primi anni del 900, non avrebbe detto nulla di nuovo. E del resto, Bergman aveva già usato la figura di un pastore protestante per raddensare in un solo personaggio il proprio punto di vista sulla storia che affrescava. Nel caso di Luci in inverno, il film cui ho appena accennato, il nome del pastore è proprio Tomas; altro tassello di una serie di nomi che sembrano ripetersi e rincorrersi attraverso tutta la produzione di Bergman.
Anna è una donna allo stesso tempo forte e fragile: estremamente resistente agli urti che i passaggi della vita non le risparmiano, ma irrimediabilmente debole quando è il cuore a essere stimolato. Uno stimolo così insistente da farle pensare, e non poche volte, di rinunciare al matrimonio anche a costo di rinunciare ai propri figli.
Il cuore di Anna ha un tracciato estremamente frastagliato durante la relazione con Tomas. Eppure alla fine la donna rinuncia al giovane amante e torna dal marito (che nel frattempo non ha lesinato lettere di disperazione, di rabbia e di minacce, cercando di star male per attirare l’attenzione della moglie). Anna torna da Erik, abbandona Tomas, e torna infine anche da padre Jacob per dirgli che sì, che il tradimento è stato completamente consumato, dissipato, che la debolezza patita per Tomas non era poi così difficile da gestire. Tutto allora rientra nel seminato di un piccolo dramma da camera (ritorna l’esempio di Strindberg, alla cui lettura Bergman si abbandonava fin dalla primissima adolescenza).
In Anna c’è il peccato della relazione extraconiugale, c’è la punizione dell’angoscia patita, e c’è la redenzione. Ma una redenzione moderna, problematica, per niente risolutiva. Come se Anna – nel suo percorso che l’ha allontanata dal matrimonio, per poi riavvicinarla – avesse acquistato qualcosa in più, qualcosa che le mancava. Il dialogo interiore.
Lo stesso tipo di dialogo interiore che Lutero chiedeva a chi si avvicinasse alla lettura della Bibbia. Una conversazione tra sé e sé, prima di rivolgersi a Dio. Una conversazione privata.

Written by: Giuseppe Martella