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Scott Walker e il “trentesimo” secolo

Età e provenienza geografica sono la causa principale del fatto che tu, molto probabilmente, non abbia la più pallida idea di chi possa essere Scott Walker.
Posso dirti però, che sebbene non possa mai averlo sentito nominare, hai ascoltato le sue influence in DAVVERO tanti musicisti.
Facciamo una prova: scrivi su youtube “scott walker, Jackie” e apri il secondo link, quello con l’anteprima in bianco e nero.
Questo è il video di una performance televisiva di “un tipo” che, dalle movenze e dal modo di cantare ti farà sicuramente pensare a Jarvis Cocker (Pulp), Alex Kapranos (Franz Ferdinand) e David Bowie.
Potrei fare tanti altri nomi : Sting, the Smiths, Brian Eno, Marc Almond, Radiohead …decine ma anche centinaia di musicisti che, in un modo o nell’altro, sono stati influenzati da Scott Walker.
Da Jackie ( canzone del 1968) a The Drift (album del 2006), ci sono 40 anni di incredibile poliedricità che non trova pace in nessun genere. Sperimentale, rock, country, pop, cantautorato, art rock.
Ripartiamo dalle origini.
Scott Walker è un biondo ragazzone americano che ama suonare e vuole fare il musicista.
A metà degli anni 60 si traferisce a Londra con John Maus e Gary Leeds, con i quali aveva formato i “Walker Brothers”, sperando che le loro ballate pop avrebbero avuto maggior successo in Gran Bretagna che in America.
Ovviamente il successo fu enorme: nell’agosto 1965, “Make It Easy on Yourself“, composta e scritta dal duo indissolubile Burt Bacharach/Hal David, svetta al numero uno della UK chart.
I Walkers Brothers diventano ufficialmente famosissimi, a tal punto che all’epoca il loro fan club conteneva più membri di quello dei Beatles.
Nonostante il successo, e le canzoni piazzate in chart, il gruppo ha vita breve: nel 1967 si scioglie e Scott Walker si dedica alla carriera solista. Una necessità più che un ripiego, dato che il materiale disponibile è così tanto da pubblicare 3 album in 3 anni (Scott (1967), Scott 2 (1968) e Scott 3 (1969)).
L’influenza di Jaques Brel e del cantautoriato francese, è ovvia nella produzione musicale di Scott Walker.
Mosso da una sorta di adorazione per Brel, sono più di una decina le canzoni che egli decide di riadattare.
A posteriori però, fu spesso accusato di aver “inglesizzato” Brel e di aver resa la sua poetica più sofisticato e meno diretta.
In realtà è proprio grazie a lui che la Gran Bretagna venne a conoscenza della grandezza di Brel (ebbene si, il fatto che lo devono ad un americano suona davvero bizzarro…).

L’esposizione mediatica inziale era tanta e addirittura comprendeva una serie che la BBC gli aveva dedicato a fine anni 60, fatta di live performances televisive e on stage.
Dalla fine degli anni 70 però, dopo un periodo di reunion con i Walker Brothers, fino ad oggi, Scott Walker esce totalmente di scena e pubblica , silenziosamente, solo 3 album: Climate of Hunter ( 1984) Tilt (1995) e The Drift (2006).
Questo ha generato la convizione (infondata) che fosse un personaggio difficile, presuntuoso, addirittura matto. Dico infondata perchè, in “30th century man”, film-documentario che celebra la sua carriera musicale, appare come una persona pacata e molto umile nelle interviste.
Lo Scott Walker di adesso è senza dubbio un genio a cui non piace auto-celebrarsi nè tantomeno far parlare di sè a meno che si tratti della sua musica.
Proprio nel 2006 infatti, con “the drift”, quando ormai sembrava che tutti l’avessero dimenticato per sempre, egli riuscì ad attirare l’attenzione degli addetti al settore.

La sperimentazione compositiva in “the drift” è portata all’estremo: nella traccia “Clara” c’è un sottofondo di percussioni registrate colpendo un pezzo di carne animale.
La stessa canzone parla dell’esecuzione di Benito Mussolini e Claretta Petacci, un evento che traumatizzò Scott da ragazzino, quando guardò per la prima volta le foto dell’evento.
L’album acclamato da critica e pubblico, sebbene a distanza di undici anni dal suo ultimo, rispecchia il meticoloso e autentico processo compositivo di Walker fatto di anni di preparazione e lunghe giornate in sala di mixaggio. È così che non suona esagerato il “30th century man” quando si parla di Scott Walker, specialmente in questo ventunesimo secolo, quando il connubio musica/popolarità/soldi è purtroppo ancora indissolubile.
Generally, if I’ve got nothing to say or do, you know, It’s pointless to be around. I think”(cit. Scott Walker, 2007)

Written by: Serena Di Carlo