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Tornare alla terra: “La luna e i falò”

Autore: Cesare Pavese nacque il 9 settembre del 1908 a Santo Stefano Belbo,un centro delle Langhe cuneesi. Visse prevalentemente a Torino, dove si laureò in lettere. Convinto antifascista, nel 1935 venne arrestato e mandato al confino in Calabria per aver rifiutato di iscriversi al partito.
Cominciò negli anni trenta ad interessarsi di letteratura americana e tradusse poeti e romanzieri d’oltreoceano contribuendo in modo sostanziale alla diffusione di tale cultura nel nostro paese.
Ritornato dal confino, pubblicò una raccolta di poesie (Lavorare stanca) ed entrò nella casa editrice Einaudi, dedicandovi un’attività instancabile. Nel frattempo continuò a tradurre e scrivere romanzi e poesie. Dopo la guerra si iscrisse al Partito Comunista e scrisse diversi saggi sul rapporto tra letteratura e società. Una grave crisi esistenziale lo portò nell’agosto del 1950, al culmine del proprio successo, al suicidio, consumatosi in un albergo di Torino. Si congedò al mondo con queste parole:“Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate molti pettegolezzi”.

Bibliografia essenziale: Lavorare stanca (1936), Paesi tuoi (1941), Feria d’agosto (1946),
Il compagno (1947), Dialoghi con Leucò (1947), Prima che il diavolo canti (1948), Il diavolo sulle colline (1948), La bella estate (1949), La luna e i falò (1950), Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951- postumo), Notte di festa (1953-postumo).

La luna e i falò”, ultimo romanzo di Pavese, partorito verso il volgere del 1949 e pubblicato nell’aprile del 1950, poco prima che l’autore si suicidasse, può essere considerato a buon ragione il suo testo definitivo, sorta di summa della sua intera opera, che raccoglie tutti i temi fondamentali trattati nei suoi precedenti scritti e li amalgama ed elabora in un blocco narrativo coeso e compatto. Smentendo tutti coloro che amavano includerlo a sproposito nel filone realista, Pavese mette in piedi una trama ridotta all’osso, al minimo indispensabile, privilegiando l’analisi dei moti interiori e dei travagli esistenziali dei personaggi finemente tratteggiati.
Fulcro della vicenda sono temi di quali il ritorno alle origini, l’inadeguatezza dell’appartenenza alle proprie radici, la riscoperta del passato, la nostalgia dei ricordi, la tragica consapevolezza dell’ineluttabilità dello scorrere del tempo, la morsa dilaniante dei rimpianti, di ciò che non è stato e non potrà mai più essere.
Protagonista e alter-ego dell’autore (sono tanti, difatti, i riferimenti autobiografici) è Anguilla, un orfano, un “bastardo” cresciuto in un piccolo paese di provincia delle Langhe piemontesi, nei pressi di Cuneo, Santo Stefano Belbo (luogo natìo di Pavese), che dopo una lunga assenza ritorna nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, dopo aver fatto fortuna oltre oceano, in un mondo che appare lontanissimo: l’America.
Il romanzo viaggia su due piani narrativi: uno legato al passato e che, articolato in estesi flash-back, ripercorre le vicende del protagonista e del suo “mondo” da giovane; l’altro, invece, che corre lungo i binari del presente e che, prendendo le mosse dai ricordi del passato sempre vivi nella mente del personaggio, gli fa rivivere sensazioni ed emozioni che parevano ormai destinate a deteriorarsi e marcire nell’oblio della memoria. Anguilla, ormai uomo, rincontra così l’amico-maestro di sempre Nuto, e rivede se stesso nella figura del giovane bracciante Cinto.
Le campagne, e le Langhe in particolare, sono terre di miseria, nelle quali un orfano viene preso in casa per avere due braccia in più da far lavorare nei campi. Le Langhe rappresentano di frequente una vita di stenti che spesso si riversa nella violenza più bieca e insensata, sfociando non di rado nella follia. Una follia che nasce dalla fame, dalla miseria disumanizzante di una vita arida, senza sbocchi e vie d’uscita. Il personaggio che incarna tutto ciò è Valino, il padre di Cinto, che in una sola notte pone fino a tutto ciò che ha, in un raptus di malinconica e tragicamente catartica violenza.
Ma le Langhe sono anche altro, terra di profumi e sapori forti, di sconfinati paesaggi disseminati di bruni colli selvaggi e fervidi campi coltivati, terra di feste, di tradizioni ancestrali, di superstizioni, di Storia.
La narrazione, tra accelerazioni e frenate, procede per tutta la sua durata secca e tagliante, anche grazie all’efficace utilizzo del dialetto e dei costrutti parlati, che donano al tutto maggior vigore e forza, sia a livello ritmico che a livello simbolico-rituale. La sintassi scarna e prevalentemente paratattica non fa che rendere ancora più fluido e scorrevole il susseguirsi delle vicende, le quali sovente vengono interrotte da digressioni e riflessioni del protagonista. Il paesaggio domina la scena e nell’oscillazione tra passato e presente è l’unico elemento a rimanere costante.
L’immutabilità della terra si rivela proprio nel paesaggio, nelle Langhe, nell’alternarsi ripetitivo delle stagioni, nelle fasi lunari osservate con grande scrupolosità dai contadini per la buona rendita dei loro raccolti, infine nei rituali e nei falò che, incuranti del trascorrere del tempo, continuano a compiersi e che rappresentano il punto di contatto fra passato, presente e (forse) futuro.
In mezzo a tale contesto, Pavese ci rende partecipe dei travagli interiori di Anguilla, dei suoi ricordi d’infanzia al casotto di Gaminella o dell’adolescenza trascorsa da bracciante presso la cascina della Mora, a stretto contatto con le bellissime e “intoccabili” figlie del proprietario, Sor Matteo.
Un mondo antico, che agli occhi del personaggio sembra stia per sgretolarsi sotto gli ineluttabili
colpi di una modernità pericolosa e difficile da interpretare. Un mondo, del resto, che viene visto con gli occhi compassionevoli e pietosi dell’esule, dell’auto-esiliato sfuggito a una terra, a un universo che non riconosce più, e che forse non ha mai riconosciuto, come propri; che ha rinnegato, respinto, ma anche sognato, bramato; e che nel momento del ritorno torna drammaticamente, dolorosamente a percepire come proprio ineludibile patrimonio intrinseco. E’il legame di sangue e polvere, sudore e terra che non può venir cancellato neanche dopo una vita intera, il ritorno alle radici di tutto (i rizòmata di Empedocle), impossibili da smarrire, all’elemento terra quale essenza primordiale.
Pareva un destino. Certe volte mi chiedevo perché, di tanta gente viva, non restassimo adesso che io e Nuto, proprio noi. La voglia che un tempo avevo avuto in corpo -un mattino, in un bar di San Diego, ci ero quasi ammattito- di sbucare per quello stradone, girare il cancello tra il pino e la volta dei tigli, ascoltare le voci, le risate, le galline, e dire – Eccomi qui, sono tornato- davanti alle facce sbalordite di tutti, dei servitori, delle donne, del cane, del vecchio, e gli occhi biondi e gli occhi neri delle figlie mi avrebbero riconosciuto dal terrazzo, questa voglia non me la sarei cavata più. Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna(…)ma le facce, le voci, le mani che dovevano riconoscermi non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più. Quel che restava era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato(…)se anche avessi ritrovato la Mora come l’avevo conosciuta il primo inverno, e poi l’estate, e poi di nuovo estate e inverno, giorno e notte, per tutti quegli anni, magari non avrei saputo che farmene. Venivo da troppo lontano – non ero più di quella casa, non ero più come Cinto, il mondo mi aveva cambiato.
Nel capolavoro di Pavese, però, affiorano anche forti riflessioni politiche, in particolare per il tramite del personaggio di Nuto. In un paese (facilmente intuibile è il parallelo con la situazione nazionale) dove le conseguenze della guerra si avvertono ancora prepotentemente, dove i morti, pallidi fantasmi della memoria, continuano a riaffiorare incessantemente e senza pace dalla terra, in un paese/Paese ancora ferito, confuso, dilaniato dalle sue divisioni interne (quanta attualità, tristemente… nda)il suo è un personaggio fondamentale, che conosce ogni avvenimento, ogni ingiustizia, ma che vede ragioni e difficoltà di ogni parte, con una lucidità che riflette sulla situazione del dopoguerra in maniera sbalorditiva.
E il passo di cui sopra, assieme alle altre amare riflessioni di Anguilla e alla lucida e rabbiosa rassegnazione di Nuto, fungono da preludio a quello che sarà il terribile finale, in cui Nuto rivela ad Anguilla la atroce morte di Santina, la più giovane e bella delle figlie del Sor Matteo, proprietario della Mora, resasi colpevole, a detta di molti, di “essersi incagnita” e di aver fatto la spia per conto dei fascisti, e uccisa di conseguenza dai partigiani in un falò di emblematica e sacrificale purificazione.
E in questo meraviglioso (per la sua intensità) e sconvolgente finale, la morte di Santina sta a simboleggiare la fine di un mondo che viene perduto in un istante e che ritroviamo sepolto sotto un fitto strato di cenere che prima o poi il vento disperderà, un mondo divenuto esso stesso cenere, ad opera proprio di quei falò che prima costituivano i sogni estivi della gente e che ora riducono in brandelli e in polvere un corpo/un mondo, ormai del tutto (s)/finito. Il fuoco quale altro elemento primordiale di trasformazione e distruzione, simbolo altresì di purificazione e rigenerazione, che nella terra trova il proprio radicamento.

Guardai il muro rotto, nero, della cascina, guardai in giro, e gli chiesi se Santa era sepolta lì.
-Non c’è caso che un giorno la trovino? Hanno trovato quei due…-
Nuto s’era seduto sul muretto e mi guardò col suo occhio testardo. Scosse il capo. –No, Santa no,- disse,-non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.

Tornare nella terra, dunque, e bruciare di spirito.

Written by: Paolo Colavita