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Made in china.

Chiudete gli occhi, ho una domanda per voi.
Che cos’é il Made in China?
Istintivamente, un’etichetta.
Sì, anche, ma fermarsi all’intuito sarebbe una puerile mancanza. Sotto il manto dei pensieri plastici e materiali, connessi inconsciamente a quest’idea, si cela ben altro.
Quel grande Paese delle risaie lavorate da contadini chini con i dǒu lì (tipici cappelli di bambù), il paradiso di colline e pianure sconfinate, e il regno del gigante: l’Everest. Quel Paese la cui vastità si percepisce tra le pagine di viaggio di Seta, e la cui cultura si odora tra le righe de Il Milione.
Nove milioni e mezzo di kilometri quadrati con un buon 19% della popolazione mondiale.
Si apre il sipario sulla terra da cui, per migliaia di anni, ha avuto inizio la Via della seta.
Proprio qui la natura regala perle di felicità, ed é l’arte a costruire la storia e metterne insieme i tasselli, facendoci entrare in seno ai suoi segreti sottaciuti.
Luoghi intatti che, pur avanzando con le tecnologie, si sono lasciati scorrere il tempo addosso come l’acqua sui sassi, aggrappati al desiderio di chi li aveva fatti costruire. Plaghe che non hanno risentito del fluire dei secoli, del susseguirsi delle stagioni, del battito del sole e del sussurro del vento.
Beijing.
Lo sfarzo e l’immensità di quella Città riservata a pochi sono ben ripresi da Zhang Yimou nel film La Città Proibita, immortalata nel X secolo in boccio ai suoi riti millenari e indenni; ma anche Bertolucci, in L’Ultimo Imperatore, scorge una Pechino che, nei primi del Novecento, é ancora sigillata nei sinuosi intrighi familiari che si celano dietro la proibizione di un luogo, sconfinato ed estremo, come quello della Forbidden City.
La Purpurea – il nome originario cinese “Zǐjinchéng” dovrebbe tradursi come Purpurea città proibita, dalla gradazione delle mura – sorge, tra il 1406 ed il 1420, grazie all’ordine dell’imperatore Ming Zhu Di.
Fu palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing, deputata a sede del governo cinese, e fulcro cerimoniale e politico per cinquecento anni circa, vedendo prendere le redini del Paese da ventiquattro imperatori.
Sono 980 le strutture che la tengono viva ancora oggi. 9.999,5 Sale, 10.000 erano riservate al solo Palazzo dell’Imperatore Celeste, che, secondo gli antichi cinesi, quello terreno non avrebbe potuto superare.
Quando ci si trova nel mezzo di essa lo sguardo si perde tra i tetti mascherati dalle tegole ocra, simbolo di un’architettura riservata alle strutture imperiali, ed appaiono infiniti. E’ una città vera e propria di 720.000 metri quadrati, e occorre una giornata per attraversarla e visitarla tutta.
Corsi d’acqua per soccorrere eventuali incendi, ponti di pietra bianca, statue di fenici e dragoni, e imponenti portoni rossi con i pomelli d’oro, come quello dell’ingresso.
Diventata parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 1967, é un simbolo dello stile architettonico mandarino.
La Sala della Suprema Armonia é il suo epicentro, e proprio qui é sito il trono dorato dell’Imperatore. Le decorazioni della stanza sono incentrate sull’immagine del drago, che rappresenta l’autorità imperiale di cui il regnante é figlio.
La cura e la meticolosità del lavoro, che hanno reso unica questa strabiliante creazione armoniosa, si denotano da come una struttura di legno come questa, dipinta a mano e ricca di dettagli aulici, sia una delle opere figlie dell’architettura antica, e non solo cinese, ad essersi conservata meglio al mondo.
Furono 100.000 gli artigiani ingaggiati per prendersene cura, e non si sa più quanti gli operai. I materiali vengono da tutto il Paese e le pareti custodiscono un sesto delle opere del patrimonio Nazionale.
Camminando si respira l’atmosfera vissuta fino a meno di un centinaio di anni fa: l’ultimo Imperatore Puyi, quello bambino, lascia il palazzo nel 1924. E’ un mondo da scoprire per la maggioranza del popolo cinese, e sarà proprio questo a colpire l’occhio dello spettatore attento che, guardandosi intorno, si sentirà “circondato”.
Poco distante, considerando la superficie della capitale cinese, il Tempio di Lama.
Qui: la magnificenza delle statue di Buddha – come Buddha Maitreya, immensa e costruita con un pezzo di legno unico – e l’atmosfera creata dalle preghiere e dal fumo che fuoriesce dalle incensiere enormi, piene di bastoncini profumati e lunghissimi; per ognuno di essi un’implorazione.
Il Palazzo d’Estate, sulla Collina della Longevità, affaccia su un lago colmo di ninfee e imbarcazioni antiche tra cui la Barca in Marmo bianco, l’unica di quelle dimensioni esistente al mondo.
Il Tempio del Cielo. Una costruzione circolare che, nella sua imponenza, nasconde il punto sulla terra più vicino a Dio.
E la città vecchia con i vicoli contorti, stretti e annodati l’uno con l’altro. In questa zona i monaci passeggiano disinvolti e pacati dove i risciò invece corrono. Poi c’é il mercato, colorato quantomai da verdure fresche, pesche succose, spezie, uova nere – tenute sotto terra per cento giorni a macerare – e l’immancabile varietà di thè.
La Via Sacra. Si viene assorbiti da un silenzio intenso, e l’aria ambrata avvolge
statue colossali di leoni e guerrieri immersi nel verde del parco.
E poi lei, il simbolo più affermato della Repubblica Popolare Cinese: Wanli changcheng, conosciuta come la Grande Muraglia.
E’ il sistema difensivo più ambizioso della storia dell’Umanità.
Un muro eretto nel III Secolo, per una lunghezza di 8.851,8 kilometri, con lo scopo di proteggere il Paese dalle invasioni dei confinanti Mongoli. E’ immersa nella foresta delle tigri bianche, quelle sacre nella tradizione, ed oggi praticamente estinte.
Inserita nel Patrimonio UNESCO nel 1987, viene eletta a meraviglia del mondo venti anni dopo (2007).
Si vocifera che possa essere scorta dalla luna, ma é uno dei tanti miti moderni da sfatare.
Vera e fondata é, piuttosto, la leggenda narrante dei 300.000 operai impegnati nella sua costruzione, molti dei quali furono vittima di quella che oggi verrebbe definita una morte bianca, e i loro corpi venero ritrovati a centinaia nei pressi del muro.
Ci spostiamo a Xi’an, uno dei centri storici più preziosi della Cina. Capitale di ben tredici dinastie, si trova nella parte Nord occidentale del Paese, nel punto dove aveva inizio l’itinerario delle carovane in cerca di bozzoli.
E’ nota al mondo per la Pagoda dell’Oca Selvatica, capolavoro assoluto dell’architettura buddhista, e per l’Esercito di Terracotta.
Nella prima, ubicata nel Tempio Ci’en, ci troviamo a contatto costante con un popolo di monaci buddhisti in pellegrinaggio. Li si vede pregare, meditare, chiacchierare e mangiare frutta in disparte; la loro eleganza é quasi imbarazzante, e il fascino delle tuniche vivamente arancioni é fervido, così come la loro risata.
Il secondo é come un tuffo nel vuoto. Un’opera che quando la si vede ha un effetto mozzafiato, letteralmente.
Il pensiero che 6000 statue, di cui la maggior parte intatte, siano state rinvenute dopo secoli – nel 1970, sotto terra – da un gruppo di contadini inconsci che lavoravano le pianure, é sbalorditivo.
Si entra in una struttura ricavata a mo’ di copertura dello scavo, dove tuttora a vista d’occhio lavorano gli archeologi, e si vedono migliaia di teste di guerrieri – insolitamente alti fino a un metro e novantacinque – e nella sezione affianco: 100 carri e 400 cavalli.
La cura impiegata nella sua costruzione, e i dettagli con cui sono state rifinite le rappresentazioni in terracotta di capelli, accessori e volti dei protagonisti di questa perla d’Oriente, sono sconcertanti.
L’Esercito, fatto elaborare da Qin Shi Huang (stesso commissionario della Muraglia), é considerato sottovoce l’ottava meraviglia.
Pensando al Made in China si dovrebbe pensare esattamente a tutto questo, oltre che ad oggetti di dubbia qualità e ad un popolo in espansione (la C é la penultima lettera della sigla B.R.I.C.S.). A tutto quello che per milioni di anni é esistito, ed esiste, in un Paese che Luc Richard definisce come “[…] remoto dei deserti di ghiaccio, della sabbia infuocata e dei Buddha viventi, delle strade accidentate e delle luci velate, un mondo in cui ci si può perdere e mai più ritrovarsi.” (da Viaggio nella Cina proibita)

Written by: Andrea