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Colapesce: eleganza siciliana

Colapesce, al suo esordio con ‘Un meraviglioso declino’, ci restituisce una prova degna di nota e caratterizzata da una notevole maturità.

 

La 42 Records è un’etichetta discografica indipendente romana che può contare, tra le fila dei suoi artisti, nomi di un certo calibro come The Awesome Mixtape, i Cat Claws e, addirittura, I Cani, il fenomeno indie-pop del momento. La 42 Records si autodefinisce un’etichetta piccolissima di musica bellissima capace di agitare le acque. O almeno è quello che prova a fare.
Tra i vari artisti di casa 42 records ci sono anche gli Albanopower, una band promettente che però, forse, negli ultimi anni si è un po’ persa per strada. Lorenzo Urciullo, che degli Albanopower è anche voce e chitarra, ha pensato quindi di tentare la strada solitaria e, nel 2010, ha presentato un bel Ep col nome d’arte di Colapesce.
Giunti al 2012, il buon Colapesce ha deciso di stupire tutti con l’uscita dell’album ‘Un meraviglioso declino’ e la 42 Records ha – questa volta sì – dato una bella agitata alle acque.
‘Un meraviglioso declino’ è un disco bello e interessante. Complicato ma profondo. Profondo come gli scenari siciliani che è in grado di evocare.
Originario della provincia di Siracusa, Colapesce – come già si intuisce dal nome, che trae origine dall’omonima leggenda siciliana – è profondamente attaccato alle sue radici e i richiami più o meno metaforici alla sua terra sono il leit motif che ci accompagna durante l’ascolto delle tredici tracce dell’album.
Quello di Colapesce è un esordio onesto, che ci racconta di amore, come nella più classica delle tradizioni cantautorali italiane, ma che getta anche uno sguardo al presente, ai problemi ed alle inquietudini delle nostre generazioni più giovani.
Avvalendosi di importanti collaborazioni come Roy Paci (che ha guidato gli arrangiamenti d’archi e fiati) e Sara Mazo degli Scisma, il disco propone una serie di canzoni caratterizzate da melodie magari non immediatissime ma elaborate, discretamente sofisticate. Non è un disco giudicabile dopo solo un paio di ascolti. Per cogliere a pieno il significato del lavoro di Colapesce è necessario farsi trascinare dalle sue sonorità, concentrandosi sulle immagini che l’artista siciliano cerca di evocare tramite un utilizzo sapiente ed equilibrato della parte strumentale e della metrica: allora l’ascolto viene pervaso da una leggera malinconia, la stessa che accompagna la fine dell’estate dove il caldo e i dettagliati tramonti richiamano l’eleganza di certi paesaggi siciliani.
I corposi arrangiamenti si mescolano con linee di basso leggere ma definite, con chitarre soffuse e avvolgenti, con percussioni presenti ma mai invadenti.
Insomma, il primo disco di Colapesce è un disco studiato e ricco di pretese, che difficilmente verrà dimenticato, come invece troppo spesso accade a molti dei cantautori del panorama indipendente.
I testi sono elaborati e sono capaci di restituirci momenti intrisi di quella quotidianità e di quelle situazioni che caratterizzano i nostri tempi. Pur avvinghiato a un modo abbastanza tradizionale di fare musica, Colapesce non dimentica che siamo nel 2012 e lo dimostra saltando qua e là, tra le gioie e i dolori del cuore ed i troppi insuccessi cui devono far fronte i giovani di oggi.
Così in ‘Restiamo a casa’, le rarefatte sonorità che possono ricordare The Mountain Goats o l’ultimo Bobo Rondelli, permettono a Colapesce di narrare la normalità di un rapporto di coppia (“restiamo in casa l’amore è anche fatto di niente“) nel prorompente contesto di un ritornello che sa di vita ‘reale’ (“arriveranno presto/si prenderanno anche il silenzio“).
‘Satellite’, una delle canzoni più belle del disco, ci parla languidamente di estate, mare e baci salati. Di amori che tutto attraggono.
Ne ‘La zona rossa’, Colapesce regala il primo excursus sull’attualità, puntando su contorni vagamente politici e sulla disillusione di una generazione (“la destinazione non è mai un arrivo“).
In ‘Oasi’ – canzone malinconica stile Maximilian Hecker – fa caldo ma ai protagonisti della canzone va bene così: hanno programmato le ferie solo per guardarsi negli occhi.
‘Le foglie appese’ è una bella canzone e, forse, anche la più immediata del disco.
Con ‘Quando tutto diventò blu’ e ‘I barbari’, Colapesce opera un altro brusco ritorno alla realtà; il termine ‘bamboccione’ si insinua nei pensieri di chi ascolta quando l’autore decide di puntare il dito: “hai studiato per chi ti darà/la quota per restare a galla/in questo mare/nuoti e piangi“; o, ancora “i barbari stanno per arrivare/muniti di lauree […] oggi bevono champagne/si vantano di conquiste mai avvenute […] conoscono bene le loro prede/si nutrono/dei tuoi fallimenti“. E’ un destino che sembra accomunare una generazione; allora per Colapesce diviene fondamentale sottolineare che “la storia non è un fiore/da far morire, nei margini dei libri di scuola“. Parole importanti dalla Sicilia.
‘Sottotitoli’ è probabilmente la canzone più bella del disco: qui la stanza descritta da Colapesce è capace di viaggiare e ha pareti al posto degli alberi ma ricorda comunque quella cantata da Gino Paoli.
Con ‘S’illumina’ Colapesce regala un’ultima perla, strizzando più di una volta l’occhio niente meno che ai Fleet Foxes.
In definitiva, ‘Un meraviglioso declino’ è un disco valido e meritevole di un ascolto attento. L’album è forse un po’ troppo lungo e avrebbe potuto giovare mantenere la lunghezza delle canzoni attorno agli ormai tradizionali tre minuti, aiutando anche a sopportare meglio una certa ripetitività nel cantato, a volte troppo lineare.
In ogni caso, Colapesce riesce pienamente nel suo ambizioso intento: il distacco dalle melodie presentate all’interno del primo Ep, gli ha permesso di affrontare il nuovo impegno in maniera più completa e matura, regalando a noi ascoltatori una prova degna della migliore eleganza siciliana.

 

Written by:  Fulvio Bernardini