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Mirò! Poesia e luce

Il concerto dei colori

Crogiolandosi tra gli influssi di Van Gogh, Cézanne e Matisse, la sua arte si fa viva con colori d’ispirazione fauvista, che armonizzano opere nate dall’istinto e ritoccate dalla ragione.
L’esposizione – presso il Chiostro del Bramante, a Roma, fino al 10 giugno – si concentra sui capolavori dell’ultimo trentennio, quelli realizzati durante il periodo trascorso a Maiorca, dove si trasferì nel 1956 con l’architetto, e amico, Josep Lluìs Sert.
A quest’ultimo commissionò la realizzazione del suo nuovo atelier – ricostruito scenograficamente nello spazio espositivo – che si caratterizza per l’accento innovativo proprio di un’architettura scultorea.
In questi anni Mirò porta avanti un lavoro intenso, che si concentra anche sul riprendere in mano opere compiute rivisitandole attraverso una fitta autocritica (come succede per il suo primo olio del 1908, che diviene poi il recto di un’opera nel 1960).
Dietro quelle figure semplici e schizzate, e al di là dei colori primari padroni delle sue tele, risiede il ruolo centrale dell’equilibrio: “Il rosso bilancia il nero, il verde bilancia il rosso ”, sosteneva.
Prima dell’arrivo a Parigi, nel 1920, ritraeva paesaggi nello stile ereditato dal maestro Urgell.
Poi, i colori si vestono di una passione nuova.
Il fascino insito in ciò che fa quest’uomo bizzarro e spiritoso, come lo si evince dal video “Theatre of Dreams” (presentato a metà del percorso della mostra), dipende da quel fattore da lui definito “fecondità del quadro”. Partendo da una reazione fisica, che lo spettatore percepisce entrando a contatto con l’opera, Mirò punta a dare un colpo all’anima.
Come per tutti i pittori della storia, é l’atmosfera parigina fertile di spunti, respirata nell’ambiente frequentato dai miti dell’arte che ci appassiona, a stravolgere lo spirito di Joan.
Il suo cuore, a metà strada tra la Ville lumière e la Terragona, piano piano si allontana dai connotati della pittura realista dei primi anni, dando forma ad uno stile personale e inconfondibile che miscela, nel più disinvolto dei modi, aspetti del Astrattismo americano e del Dada su tele e collage-oggetto.
Sposando l’idea secondo cui l’artista avrebbe il compito di elaborare progetti di grande portata, é nel 1926 che affianca all’attività di pittore quella di scenografo. Inizia disegnando le scene del balletto di Romeo e Giulietta, e, nel 1932, quelle di Jeux d’enfants a Montecarlo. Fin quando l’arte diventa il corpo della provocazione e, in sintesi con l’architettura, si fa protagonista della pittura murale, escamotage che eleva l’opera a monumento.
Nel 1947 gli viene commissionato il muro del Gourmet Restaurant Terrace Plaza Hotel, e qualche anno dopo, per Harvard e la sede delle Nazioni Unite di New York, sceglie la ceramica per illustrare le pareti affinché non si degradino con il passare del tempo, riassumendo un sogno di immortalità.
Dallo schizzo per la Terrace (1947) saltano fuori, quasi fossero vive, delle macchie di colore che svelano una freschezza innata.
Nel suo stile c’é la predilezione per il nero e il bianco, che rimandano ai tasti del pianoforte; perché Mirò con i colori riesce a comporre musica. Le sue opere richiamano i coriandoli melodici che traspirano dalle tele di Kandinsky, e ci spingono a capofitto nell’estro dell’immaginazione.
Sostenendo che la pittura sia in uno stato di decadenza dall’età delle caverne, a metà degli anni ’60, comincia a dipingere espandendo il colore con mani, piedi e dita, generando così opere ingenue e rupestri – come Poema (1966) – che rimandano alle moltitudini di mani presenti nelle grotte arcaiche, come quelle nella Cueva de las manos, in Patagonia.
Estremamente interessante é notare come vari la tipologia delle tele usate dal Maestro.
La mostra si apre con tele grezze. Nella trama larga, a mo’ di canapa, il colore trapassa il tessuto, vi si insinua.
A seguire le grandi tele bianche, dove le forme ingenue delle immagini, poeticizzate da colori a contrasto, si aggrappano alla base e solleticano lo stupore di chi le osserva.
E per finire il colore tende a scivolare su una carta oleata e scura, come quella utilizzata per incartare il pane.
Il segreto sussurrato da questa pittura eleva la banalità delle forme più puerili ad un’arte toccante e giocosa, che riflette a pennello la personalità dell’uomo, dell’artista: di Joan Mirò.
Dove:
Chiostro del Bramante.
Via della Pace, 1 00186 Roma
Quando:
Fino al 10 giugno.
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00, sabato e domenica dalle 10.00 alle 21.00.
Costo dei biglietti:
Intero: 12 euro
Ridotto: 10 euro
Scuole: 5 euro
Curatrice:
María Luisa Lax Cacho.
Written by: Andrea