neonzine

In the middle of nowhere

Seconda stella a destra, finding Neverland.

Un inenarrabile luogo recondito su cui si infrangono le onde del Pacifico, dove le nuvole tagliano di netto le punte delle Ande, e la foresta Amazzonica colora di un verde intenso il paesaggio.
Quella parte del mappamondo chiamata Perù: una terra oltreoceano dal sapore epico, incorniciata tra le montagne e il mare.
Qui, a mettere insieme i tasselli di una cultura leggendaria sono gli sciamani e i fedeli del Cristo nero (protettore dei terremoti), i mercanti dell’argento più puro e i pastori andini, i bevitori di chicha – la tipica bevanda rossa derivata dal mais – e una gastronomia inaspettata, le filatrici di lana d’alpaca che tramandano il mestiere e le donne con i bambini stretti in un sacco sulla schiena.
Quando ci si ritrova a 2.400 metri di altezza, circondati da montagne vivamente verdi e dalla forma conica, e voltandosi si scorge l’arcobaleno, si ha la sensazione di essere arrivati nel non luogo fantasticato da James Matthew Barrie: sull’Isola che non c’é.
A ben dire non si tratta di un’isola, ma di un punto remoto che raramente vede l’azzurro del cielo, dove la selva ha un aspetto fiabesco: Machu Picchu.
Il viaggio é lungo e faticoso, anche a causa dell’altitudine che non viene raggiunta gradualmente, ma d’un colpo solo direttamente dal livello del mare.
Una volta arrivati a Cuzco, base per raggiungere il parco e, peraltro, città incredibilmente affascinante e antica, vengono offerti, come rimedio per l’alta quota (3.400 metri), mate di coca da bere bollente o foglie di coca da masticare. Il potere delle foglie di questa pianta impedisce eventuali complicazioni legate alla circolazione del sangue e alla respirazione.
Da questa città, che sembra un presepio vivente, specie di sera quando é costellata da mille lucine gialle, con la sua Cattedrale e i conventi che la circondano, inizia il pellegrinaggio verso lo spettacolare sito archeologico Inca nella valle dell’Urubamba.
Occorre prendere un autobus, fare un viaggio di tre ore e raggiungere la stazione di Ollantaytambo per prendere il treno che conduce ad Aguas Calientes, paesino ai piedi del Santuario Storico.
Qui, folle di giovani avventurieri partono per un lungo cammino che porta all’ingresso dell’area Inca, e, per chi vuole viaggiare comodo, svariati pulmini si arrampicano su una strada ricavata nella foresta.
Poi il controllo dei passaporti (senza documento non é consentito l’ingresso) e l’inizio dell’avventura.
Si comincia con una lunga e ripida camminata tra rocce e sentieri. Si avrà la sensazione di rigettare il cuore, ma quando alzando lo sguardo si scorgerà la “Città vicina al cielo”, si tirerà un profondo sospiro di sollievo. Eccola lì, questa volta non in cartolina o sulle foto del National Geographic, ma in pietra viva davanti a voi: Machu Picchu.
Simbolo del Perù, più delle linee di Nazca forse, ha l’epiteto di Città perduta da quando venne abbandonata per timore che vi arrivassero i coloni spagnoli.
Per secoli ricoperta dalla foresta, era il 1911 – il centenario é stato l’anno scorso – quando l’archeologo Hiram Bingham, spinto dal desiderio di imprimere il suo nome nella storia, inizia a ripercorre le strade dei sentieri Inca alla ricerca dell’ultima cittadella, Vilcabamba.
Seguendo l’intuito e i consigli di una guida, un ragazzino che lo accompagnava nelle ricerche, si trovò di fronte ad uno sconfinato sito celato da liane ed alberi secolari.
Una città custodita tra le montagne, incastonata nel cuore delle Ande, il cui nome tradotto dal Quechua – lingua incaica – é Vecchia (Machu) Cima (Picchu).
La suggestione di questo sito, affacciato su terrazze adibite alla coltivazione, é mozzafiato.
I settori sono due, quello urbano e quello agricolo, e ricoprono una superficie di 32.592 ettari, ovviamente protetti dall’UNESCO.
Questo gioiello dell’architettura antica, snocciolato in un perenne sali-scendi di livelli sfalsati di terreno, é stato eretto con pietre levigate manualmente, e alla perfezione, per poter essere incastrate l’una con l’altra, creando strutture dai disegni geometrici irregolari. Nella tradizione edile precolombiana non venivano usati “collanti” come il cemento, ma si lasciava tra una pietra e l’altra lo spazio necessario all’assestamento in caso di terremoti; ed é sorprendente capire quanto ci sia da imparare da civiltà vissute secoli prima delle odierne tecnologie immancabilmente sopravvalutate.
La cittadella era elitaria, popolata dalle sole classi nobiliare e sacerdotale, dunque dotata di un sistema di sicurezza insito nella sua posizione desolata, in the middle of nowhere.
Vi sono la Piazza Sacra, le casupole, il Tempio del Sole e il Tempio del Condor. In quest’ultimo si colloca una pietra sacra la cui struttura ricorda quella di “Apu Kuntur“, uno dei tre animali sacri nella tradizione Inca, assieme al puma e al serpente.
L’ingresso nel Parco Archeologico, dove operai ed archeologi si prendono cura di ogni singola pietra che compone le costruzioni, e i lama che si saziano d’erba contribuiscono a tenere in ordine la vegetazione, é riservato a 2.500 visitatori al giorno (dotati di prenotazione).
E questa é solo l’alba delle rivelazioni custodite da un paese che va scartato come un pacco regalo.
Basti pensare che a poche ore da Cuzco, e da questo surreale paradiso terrestre, ci sia un paesino, sperduto nel mezzo del nulla, con quella che viene definita come la Cappella Sistina del Sud America, ad Andahuaylillas.
E non é un’appropriazione indebita. Entrando dal portone di questa chiesa, che da fuori appare scialba e trascurabile, sarà sbalorditivo osservare gli affreschi che la decorano.
Lo stupore di Wendy alla visione delle sirene, nella baia dell’Isola che non c’é, é lo stesso che si prova una volta giunti a Puno, di fronte al fatto che intere comunità vivano sulle isole flottanti del lago Titicaca: gli Urros.
Sono isolette da un perimetro estremamente limitato, costruite a mano per mezzo di radici di tortora, che galleggiano, ricoperte da quattro strati di canne di bambù appoggiati trasversalmente.
C’é una sorta di ritorno alle origini per questi nuclei familiari che beneficiano dell’acqua del lago, della luce diurna, e del calore del fuoco.
Il loro sostentamento é aiutato dalle visite dei turisti a cui vengono proposti prodotti artigianali e gite su barche folcloristiche dalla forma di draghi, anch’esse costruite con canne di bambù.
Bambine dal sorriso ampio e spontaneo, e degli occhi che parlano da soli, cantano melodie tradizionali, e la percezione di essere dall’altra parte del mondo diventa palpabile.
La città, Puno, dista un paio d’ore di navigazione, ed é un luogo unico nel suo genere non tanto per la sua bellezza, quanto per la possibilità che offre di osservare le inconvenzionali abitudini moderne dei suoi cittadini.
Guardandosi intorno, sembrerà di essere nel mezzo di un alveare di mattoni.
Bizzeffe di case incompiute, con l’anima in ferro che spunta dalle colonne portanti degli ultimi piani, rappresentano l’escamotage utilizzato dalla popolazione per eludere il pagamento delle tasse per l’abitazione.
Ma nonostante il caos che emerge dalla visione di un ambiente simile, che ricorda vagamente Calcutta, il senso di immensità che traspira dal lago diffonde un sentore di pace sconfinata.
Titicaca, l’unico lago al mondo navigabile ad un’altezza di 4.000 metri, occupa una superficie di 8.562 km² – dei quali 4.772 km² sono in Perù e 3.790 km² in Bolivia – di acqua prettamente trasparente, di un colore che rimanda al blu dello zaffiro, e al tramonto riflette il viola aranciato del cielo.
Se l’empireo d’Africa é battezzato dall’immensità, quello sud americano appare come una campana di vetro, formando una sorta di semicerchio sopra ciò che sorveglia. Non importa il suo colore, in Perù di sovente cinereo, esso trasmette un’energia innata.
A Lima, é ricamato dalle sagome dei parapendii che si fanno guidare dal vento.
La capitale é a picco sul Pacifico, con quartieri come Miraflores, dove il Parque del Amor, che affaccia sulla folla di surfisti che cavalcano le onde, cita i mosaici colorati di Gaudì nel Parc Güell Barça; e San Ignacio, che vagamente rimanda alla mondanità delle strade della Palermo di Buenos Aires; e la città vecchia, ovviamente.
Qui, i palazzi sono quasi tutti gialli, come il sole, che purtroppo di rado illumina la sua Plaza de Armas o la Chiesa di San Francesco con le catacombe.
Come in tutte le città più eclettiche, Hemingway passò anche per Lima, lasciando la sua traccia nel Hotel Bolivar, celebre per i Pisco sour più buoni del Paese.
Una bevanda a base del liquore tradizionale, il Pisco appunto, arricchita da lime e albume d’uovo montato con un pizzico di cannella. Solitamente accompagna il tiradito di salmone affogato nel miele di maracuja o il ceviche di crostacei marinato nel latte di tigre.
Esplorando questa Neverland, questo Paese dai connotati esotici, si assaporano percezioni di sorpresa ed echi di incredulità dai quali vale la pena di lasciarsi guidare, perché tutto questo, in realtà, c’é.
Non si tratta di un viaggio nel mondo utopico di una fantasia realizzabile solo da un bambino, ma di un sogno che si avvera: il Perù.

 

 
Written by: Andrea