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Due note su Will Oldham (aka Bonnie ‘Prince’ Billy)

Will Oldham è nato a Louisville, nel Kentucky, la vigilia di Natale del 1970. È un ragazzone con pochi capelli biondi, che alterna una folta e fiammeggiante barba messianica a baffoni nietzschiani, sottolineando gli occhi azzurri, piccoli e acuti, con una linea di matita nera quando si esibisce nei concerti. Ha pubblicato il primo album, Joya, nel 1997. Ma l’esordio assoluto lo consuma nel 1992, quando incide l’EP Ohio river boat song, con il nome di Palace, per l’etichetta Drag City, di stanza a Chicago. C’è poi, in realtà, un terzo esordio per Oldham, questa volta a nome Palace Brothers, con l’album There is no-one that will take care of you, dato alle stampe nel 1993. Anche questa volta con Drag City.
Will Oldham è uno e trino, e ultimamente ha acquisito una buona notorietà mainstream con l’ultima, e molto probabilmente definitiva, identità musicale, che risponde al nome di Bonnie ‘Prince’ Billie. Con quest’ultima identità, attualmente Oldham ha scritto, suonato, cantato e prodotto poco più di venti album, senza disprezzare collaborazioni. Con i Tortoise, con Matt Sweeney, Mariee Sioux, i Phantom Family Halo, i Cairo Gang, i Picket Line Marquis de Tren Cheyenne Mize

La sua musica, o meglio i suoi arrangiamenti, sono di volta in volta definitivi indie, folk, psychedelic folk, rock, blues, acoustic. E Oldham è in effetti associabile a ciascuno di questi stili, rifuggendoli poi tutti. Uno dei suoi brani più famosi, Lay and love, miscela con disinvoltura pochi elementari giri di chitarra acustica a campionamenti percussivi che non stonerebbero in un brano trip-pop. Nelle ultime produzioni dal vivo, come in Summer in the Southeast, Oldham si diverte a prendere canzoni incise in studio con calibrato minimalismo e ad arricchirle, come spesso fa con brani quali Master and everyone, per fare un solo esempio. La sua duttilità espressiva è molto simile a quella di Dylan: una infinita opera in corso sulle proprie parole e sulle proprie note, un incessante lavoro di taglio e cucito per rimodellarsi addosso tutta la sua produzione musicale. È come se Oldham avesse raccolto tutte le radici della canzone americana (blues, rock, country, folk…) e le avesse distillate.
Non ha senso scrivere qui di cosa trattino le sue canzoni, quali siano i temi che Oldham frequenti nei suoi testi, è possibile però tradurre (certo, in prosa) il testo di un brano che Oldham ha posto in apertura di un EP del 2000, Get on Jolly. Il brano si intitola 2 – 15, ne riporto le primissime parole:
Quando mi chiedi di cantare sento il cuore esplodermi d’orgoglio, guardo il tuo viso, ecco che piango, ecco che tutti gli errori, tutte le difficoltà della mia vita si sciolgono in un canto dolce.
Ma per capire cosa Oldham riesca a fare con tre accordi, si ascolti l’esibizione in calce a questa piccola nota scritta per un grande musicista, e scrittore di testi, americano. Si tratta realmente di tre accordi.

Written by:Giuseppe Martella