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E QUESTA SAREBBE ARTE?

Qualche mese fa, un’ amica mi mostra la foto di un’opera d’arte: “Grande casserole de moules” di Marcel Broodthaers. Nient’ altro che una pentola, un coperchio e una quantità indefinita di cozze, assemblati nel 1966. Il retorico quanto frequente interrogativo scatta all’istante : “E questa sarebbe arte?” . La risposta possiamo cercarla presso il Museo d’Arte Moderna di Bologna che, fino al 6 maggio, presenta la prima restrospettiva made in Italy sull’artista belga, dal titolo “L’espace de l’écriture“. L’esposizione si configura come ultima tappa di un percorso d’indagine definito “Criticism“, intrapreso dal MAMbo a partire dal 2006 , con lo scopo di riflettere sulle attività artistiche e sulla funzione del museo contemporaneo. La poetica di Broodthaers, permeata da una critica ironica ed irriverente nei confronti dell’istituzione museale, rientra a pieno titolo in questo filone di ricerca. Le sue opere, insieme a quelle di Daniel Buren e Hans Haacke, vengono circoscritte all’interno della “Critica Istituzionale”, ambito dell’arte concettuale che ragiona sul ruolo di musei e gallerie nel processo di legittimazione dell’arte. Il suo spirito contestatore lo spinge a fondare, nel settembre del ’68, un museo fittizio denominato “Musée d’Art Moderne, Département des Aigles, Section XIXe siècle” , la cui collezione comprendeva casse da imballaggio, diapositive e cartoline. All’interno del MAMbo vengono esposte diverse opere che testimoniano l’attività di questa istituzione parodica, di cui Broodthaers è il direttore.
La “Salle Blanche” è una stanza in legno, sulle cui pareti campeggiano parole scritte in nero, riferite ad arte e pittura. Presentata nell’ultima retrospettiva allestita da Broodthaers nel 1975 a Parigi, è la riproduzione degli interni del suo appartamento a Bruxelles, luogo in cui il museo aveva sede.
Oltre alle targhe e alle riproduzioni di pianta e prospetto del “Musée d’Art Moderne“, molto interessante è il materiale promozionale ad esso correlato: inviti, manifesti, lettere dagli insoliti contenuti, nonostante il rispetto della forma ufficiale che caratterizza tali documenti. A questo proposito, Uliana Zanetti scrive : “La finzione, il testo poetico, la dichiarazione spiazzante e paradossale hanno principalmente l’effetto di divulgare e promuovere il nome del museo, ricalcando criticamente i meccanismi del suo posizionamento all’interno delle logiche di scambio socio-economiche alle quali Broodthaers si contrappone“.
Ma la provocazione dell’artista belga tocca probabilmente il culmine nel corso di una mostra tenutasi nel 1972 alla Kunsthalle di Dusseldorf. Ogni oggetto in esposizione era presentato da una didascalia che, parafrasando la celebre frase di Magritte, recitava “Ceci n’est pas une oeuvre d’art“, rovesciando di fatto il gesto compiuto da Duchamp, attraverso i suoi ready-made, o da Piero Manzoni, attraverso la sua firma. Nulla di strano, dunque, nel pensare che, paradossalmente, Broodthaers avrebbe potuto rispondere alla nostra domanda iniziale, affermando: “Questa non è un’ opera d’arte”.
L’esposizione mette quindi in luce come il contesto storico degli anni ’60- ’70, animato dal movimento operaio e studentesco, condito da riminiscenze duchampiane , influisca sulla poetica di Broodthaers, portandolo a contestare l’interferenza di logiche di profitto all’interno del contesto artistico.
Oltre ad approfondire questa tematica, la curatrice Gloria Moure si focalizza su un altro aspetto fondamentale dell’opera dell’artista: la relazione tra linguaggio verbale e visivo. Il gesto emblematico attraverso cui questa fusione prende vita è la realizzazione di “Pense- Bête” (1964). Broodthaers, che fino ad allora era stato poeta e titolare di una piccola libreria, ricopre di gesso cinquanta copie di una raccolta di poesie da lui composte, trasformandole in una sorta di scultura. L’esordio come artista visivo avviene, quindi, all’insegna della continuità con l’attività precedente, la quale seguitò ad aver risonanza durante il corso di tutta la sua breve “carriera”, durata appena dodici anni. Fu un poema, non suo ma di Stéphane Mallarmé, ad innescare la riflessione su “l’espace de l’écriture“. “Un coup de dés jamais n’abolira le hasard” (1897) presentava un assetto visivo rivoluzionario: frasi prive di punteggiatura e parole dai differenti caratteri tipografici si distribuivano apparentemente a casaccio sullo spazio bianco delle pagine, ma in realtà assegnavano importanza fondamentale all’aspetto visuale del linguaggio. Opera innovatrice per concezione e realizzazione visiva, anticipò la fusione tra poesia e arte poi sviluppata da futurismo, dadaismo e surrealismo. Insieme a queste avanguardie storiche, incise sulla ricerca portata avanti dalla “poesia visiva”, sviluppatasi nel corso degli anni ’60. A questa corrente, potrebbe considerarsi affine “Un coup de dés jamais n’abolira le hasard. Image” (1969), opera presente in mostra , in cui Broothaers sottolinea l’importanza data dal poeta francese all’aspetto visivo della composizione letteraria, riportando il poema su carta stampata e lastre di alluminio e sostituendo le parole con linee della medesima dimensione. Un altro costante stimolo è costituito da René Magritte e non solo perchè sarà proprio lui, nel 1946, a regalargli il poema di Mallarmé. La ricerca del pittore surrealista circa i rapporti tra visione e linguaggio, tra l’oggetto reale e la sua rappresentazione, ispirerà profondamente Broodthaers, come dimostrato dai frequenti riferimenti a Magritte, presenti nelle opere. Ad esempio le ricorrenti pipe inserite nelle targhe in plastica termoformata oppure “Eloge du sujet” (1974), vetrina contenente oggetti comuni e didascalie le quali, piuttosto che correlarsi logicamente agli oggetti a cui sono accostate, si riallacciano a quelli che caratterizzano l’immaginario magrittiano. Il tentativo di creare connessioni tra oggetti, codici e raffigurazioni è presente anche in una seconda vetrina, contenente la ricorrente pentola di cozze (che rivela un’affinità con Pop Art e Nouveau Realisme) affiancata dalla sua rappresentazione fotografica e da un dado di legno dipinto, metafora del linguaggio secondo l’artista. Altri riferimenti al genio surrealista compaiono in alcuni film realizzati da Broodthaers: in “Ceci ne sarait pas un pipe (Un film du Musée d’Art Moderne)“, costituito da immagini e sottotitoli senza alcuna corrispondenza o in “Le Corbeau et le Renard“, film che Broodthaers intenderà come “un saggio per negare per quanto possibile il senso della parola come quello dell’immagine”. Oltre a questi due film, all’interno delle sale del MAMbo vengono proiettati anche: “Objet” , “A film by Charles Baudelaire” e “La pluie (Projet pour un texte)” , a testimonianza dell’ attività di regista di Broodthaers che, a tal propostito, afferma: “Non sono un filmmaker. Per me il film è un’estensione del liguaggio. Comincio con la poesia, poi l’arte visiva e infine il cinema, che mette insieme diversi elementi dell’arte“. “L’espace de l’écriture” è la spiegazione del perchè una pentola di cozze, un libro senza parole, un museo di finizione, siano arrivati a costituire un pezzo di storia dell’arte.

Written by: Giulia Zaccagno