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Quando l’Europa non basta più

Nell’ottobre 2011 Mark Leonard (direttore esecutivo del primo think-tank europeo, l’EU Council on Foreign Relations) osservava come la crisi finanziaria e l’assoluta incapacità di gestione comunitaria di questa da parte delle istituzioni europee avesse creato un diffuso sentimento di rigetto eventualmente sfociato in vero e proprio ‘backlash of nationalism’. Nel semestre successivo semplici osservazioni si sono tradotte in in dati di fatto. Il 22 aprile 2012 un francese su cinque ha scelto la super destra di Marine Le Pen, assicurandole un 18% dei seggi; il 6 maggio, il 51,7% ha detto sì alla gauche di Hollande, o meglio, ha detto si al desiderio di liberarsi di un premier un po’ troppo sofferto. Poco prima, i governi di centrodestra ceco e olandese hanno segnato le loro dimissioni. Geert Wilders anima le folle olandesi con sentimenti anti islamici mentre la Serbia porta in parlamento un assetto quasi bipartisan con l’opposizione ipernazionalista di Nicolik. La Grecia, dal canto suo, è un caso emblematico. I voting polls sono stati chiari: i giovani ( perché l’affluenza è stata loro ) hanno riposto speranze nei partiti nuovi di Alba D’Oro ( estrema destra ) e Syriza ( sinistra radical, buon 15,8%e). Penalizzati sono stati i partiti di centrodestra, socialisti e persino i nazionalisti, legati all’immagine di Papandreu , di fatto, l’ombra più difficile da eliminare – ma nemmeno Papademos si salva. I balcani sono scossi da ventate di nazionalismo da almeno due tornate elettorali; basti pensare all’Ungheria di Orban, e alle sue parole durante il turno di presidenza dell’Unione nel 2010: “noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto.” Neanche i tedeschi si salvano dal fantasma del nazionalismo: i Pirati tedeschi e la pretesa della direkte demoktatie si profilano sempre di piu’ come un risultato possibile ed attuale da tenere in conto nelle future conformazioni del Bunderstag :nello Schwestig-Holstein ben l’8,2% ha votato per loro. Dulcis in fundo, dopo i ben 18 mesi di vacanza di governo dello scorso 2011 ( che alla fine di tutto avevano dimostrato come un paese profondamente diviso a livello culturale-identitario potesse trovare una sua dimensione di sopravvivenza ) il Belgio di Di Rupo si spegne sotto il peso di un debito pubblico gonfio, e perdendo la battaglia iniziata a gennaio contro i tagli imposti dalla governance europea.
Il populismo è tornato in auge, così pare; o meglio, l’anti europeismo è diventato un sentimento talmente forte da scuotere lo spettro elettorale di tanti paesi, e non solo di quelli in condizioni più critiche. Una tantum, il Bel Paese sembra salvarsi dalle tendenze generali, ferma sull’immagine acchiappa-sorrisi di Monti e dallo scempio delle finanze della Lega. I risultati delle diverse elezioni tenutesi il 6 maggio hanno scosso in ogni dove l’animo degli europeisti, prefigurando il peggio all’idea della chiusura dell’asse franco-tedesco. Che fine spetta all’Europa? In ogni caso, occorrono alcune piccole considerazioni a riguardo prima di pensare ad uno scenario europeo diviso e vis-a-vis ostile.
Quando Leonard considerava l’eventualità di una svolta nazionalistica nel futuro dell’Europa, era anche sicuro del fatto che esso fosse dovuto a quello che è, o per lo meno è percepito, come un profondo deficit a livello di governo europeo. Non bisogna dimenticare la prontezza di risposta che l’Unione ha saputo dare ai primi segni di una crisi nello scorso biennio 2008-2009 come nell’elaborazione di una regolamentazione comune (per quanto oggi sia il punto di partenza di una critica ben più profonda, che investe tutta l’idea del patto di stabilità). D’altra parte, bisogna anche considerare come molte situazioni politiche di singoli paesi favoriscano la presenza di populismi – o comunque del messaggio da loro portato avanti: avviare una politica anti-rom in paesi come Bulgaria o Romania non è certo una novità, e certo fa leva in maniera non indifferente. Vero: il populismo, di destra come di sinistra, ha bisogno di un ‘nemico’ esterno contro cui riunire la nazione, il popolo; ma certamente non siamo davanti ad uno scenario pre-bellico. Scriveva bene il Corriere nella giornata di ieri: i nuovi partiti condensano dei loro programmi la sfiducia verso principi di un ordine fallimentare. Il populismo dei nostri giorni ha come nemico esterno l’Europa, l’assetto istituzionale che non risolve la crisi, l’austerity, le agenzie di rating la leadership Germania. Non è improbabile prevedere un’altra era della politica della sedia vuota nello scenario Europeo ( e stavolta non solo da parte della Francia ). L’anti-islamismo, la politica di chiusura agli immigrati sono corollari dal sapore demagogico.
Quello che spinge in avanti forze di estrema destra come di estrema sinistra è un fenomeno che trova le sue ragioni in quello che è il fallimento di una serie di ideali, della democrazia minima, della rappresentanza e del mercato libero ( che ha permesso la speculazione finanziaria e le bolle successive ). L’inizio del ventunesimo secolo è stato tutto calcolato su questo. Già in una survey del 2002 della Gallup per il World Economic Forum riportò che il 59% dei cittadini europei non trovavano riconoscimento nei loro parlamenti né avevano fiducia nelle loro scelte politiche; risultati confermati nel report Future of Europe pubblicato dall’Eurobarometer nell’Aprile 2012 (link: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_379_en.pdf): l’81% non si sente rappresentato, l’8% invece asserisce il contrario. Lo stesso report, d’altra parte conferma che gli europei non confidano troppo nei loro leaders per il risolvere le varie global challenges dei nostri giorni (51% di si contro 42% di no ) e sono convinti che gli stati intervengano troppo nelle loro vite ( 68% ). Il trend iniziale sottolineava una chiara sfiducia dei cittadini verso l’idea stessa di democrazia, che aveva portato avanti un sistema sempre più pesante e difficile da gestire; il Front National come il movimento Alba d’Oro in Grecia si basano essenzialmente su questo, fomentando il rigetto verso ciò che è comune, e che indubbiamente funzionava, ma ora non più ( un leitmotiv che è comune, in termini certamente più pacati, anche al programma di base della sinistra francese ). Di certo essi pongono una sfida al sistema che conosciamo; sfida che però, per quanto possa spaventare i piu’, deve essere considerata nella giusta misura. Difatti, il 76% degli europei interrogati è felice dell’Unione Europea, il 20% no; e ben il 69% confida nel libero mercato.
Non bisogna certo tremare. Si potrebbe pensare all’Unione Europea come ad un compagno: quando finisce la convenienza del patto, allora, si chiude tutto, compreso il dialogo. Ma la verità è che questa sarebbe una visione fin troppo semplicistica del tutto. La paura degli estremismi non deve mancare di fiducia in quello che è il background culturale dei paesi europei, ossia quello democratico, consolidato da ben due tragedie umane e dalla nascita di un elemento di unione, per quanto tutt’ora contestato, ovvero l’Unione Europea. Non è dicendo no all’Euro od al Fiscal Compact che si elimina il problema della crisi; né, del resto, bisogna esorcizzare la finanza come la causa di tutti i mali. Le paure su cui i populisti fanno leva, quelle sono vere, ma non lo sono i suoi metodi di risoluzione – velleitari, per lo piu’. Il reale pericolo è nell’impossibilità di formare coalizioni di governo stabili, cosa fondamentale in paesi come la Grecia ( la quale ‘vanta’ un assetto parlamentare alquanto improbabile e decisamente diviso ). Certamente, un’eccessiva politica restrittiva non è certo un bene per l’economia, ma pensare di poter uscire dalla crisi facendo finta che il problema possa essere risolto paese per paese, è pur sempre un’utopia. E l’Europa, che sia un’unione o meno, lo sa bene.

Written by: Marzia Picciano