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Antonio Moresco – Il combattimento

Su Antonio Moresco pesa ancora un fraintendimento: lo scrittore emerso dopo i quarant’anni, che ha trascorso lunghi anni di scrittura, in silenzio e con disciplina, prima di vedere i propri testi pubblicati. Lo scrittore che non riesce a essere integrato, e viene (o vuole) essere percepito come corpo estraneo, non pacificato e non pacificante. E alcuni fatti sembrano deporre a favore di questa lettura. In poco meno di un ventennio, Moresco ha infatti pubblicato per diversi editori: Bollati Boringhieri, Rizzoli, Feltrinelli, Effigie, Einaudi, fino all’approdo alla Mondadori. Ha fondato il blog collettivo “Nazione Indiana”, salvo poi andarsene via e fondare un’altra rivista, telematica e cartacea, “Il primo amore”.

In questi ultimi anni Einaudi ha pubblicato una nuova edizione delle Lettere a nessuno, nelle quali Moresco racconta non solo gli anni del silenzio editoriale e dell’attuale emersione, ma anche la sua vita personale, le sue letture, le punte di rabbia e le fuggevoli luci che lo hanno accompagnato nel suo lungo apprendistato di individuo e di autore.

Ora la Mondadori ha ripubblicato le sue prime cose, uscite sul finire degli anni novanta, insieme a un breve racconto inedito, sotto questo titolo: Il combattimento. Queste le singole narrazioni: Clandestinità (che raccoglie La camera blu, La buca e Clandestinità), La cipolla e l’inedito Il re.

E per chi non avesse ancora letto Moresco, Il combattimento rappresenta la possibilità di eludere il fraintendimento, di rompere la maschera del personaggio per lasciare affiorare il viso, i tratti dello scrittore.

In un suo articolo Massimiliano Parente ha descritto questi racconti come prefigurazione di quanto Moresco avrebbe sviluppato negli anni e nei libri successivi. Ma, a pensarci bene, sarebbe possibile leggere queste pagine come se Moresco non avesse ancora scritto nulla, cercando di tornare un po’ indietro negli anni. Un esercizio probabilmente non corretto, non ortodosso, che potrebbe forse aiutare ad avvicinare il lettore allo scrittore, allontanandolo dal personaggio.

Nella Camera blu, narrata in prima persona, leggiamo di un ragazzo che esplora le scale, gli androni, i ripostigli, le stanze della vecchia magione in cui abita, mentre mette in opera i primi tentativi di scrittura. Il titolo di questa prima storia deriva dal colore delle pareti tra le quali, piccola e bacata dalla vecchiaia, riposa la Signora. Non ci sono nomi propri in questa narrazione, né nelle successive (con l’eccezione del Re). Ci sono si alcuni nomignoli (Romeo e Giulietta, Tato e Tata, Isabel), ma non ci sono altri nomi. Eppure è tutto nominato. Ogni oggetto su cui l’occhio di Moresco si posa è ingenuamente, naturalmente straniato, come se l’atto della visione e l’atto della nominazione fossero tutt’uno e accadessero sempre per la prima volta. La torturata precisione con cui Moresco osserva e descrive ciò che vede fa nascere oggetti “araldici”, quasi mitici, e allo stesso tempo così semplici, quotidiani: la pancia di un liuto, una spada, un cappello di velluto rosso, i proiettili via via raccolti e riposti in diversi barattoli, la testa cava di Parini dentro cui la voce narrante inserisce i propri scritti…

La camera blu si presenta come racconto di iniziazione nel quale il ragazzo, il protagonista, non sembra ancora in grado di capire ciò che lo circonda, e si ritrova a lasciarsi attraversare dalla meraviglia della visione, si limita a enumerare, a registrare.

Nella Buca la ricerca si sposta in zone appena più scure. Grazie allo spunto narrativo della buca, questa volta in terza persona,  Moresco inizia a sviluppare un’attenzione più articolata, riesce a costruire un principio senso. Forse attraverso la storia di Abd, personaggio orientale che conosce per mezzo delle parole del nonno, o anche attraverso il simbolo della lana da cardare (metafora forse di tutte le storie ancora raggomitolate in sé stesse, ancora in attesa di essere dipanate), o forse proprio grazie allo “specchio” spurgante della buca, Moresco sembra sviluppare un’attenzione più creaturale, che prende piede in Clandestinità.

In questo terzo pannello del libro il vagare dell’occhio narrante riesce a comprendere tutto quello che lo circonda, e lo fa proprio, se ne nutre. Un uomo, innominato, vive da solo in un appartamento. Lo vediamo bollire un polmone per nutrire un gattino, lo vediamo osservare una donna (e la sua intimità esasperata) dalla finestra del palazzo di fronte. In Clandestinità tutto è albale, è tutto sul punto di nascere, di essere partorito. Ma la narrazione che nasce da questo parto è ancora costretta in sé stessa. In queste pagine c’è ancora qualcosa di perturbante (non so trovare una parola più adatta) che sembra affiorare continuamente, negandosi. L’inquietudine del protagonista, che d’un tratto cambia appartamento, e poi viene a contatto con una persona a lui sconosciuta – una persona che dice di conoscerlo, ma che rimane senza identità – non trova riposto né esplode se non per brevissimi gesti rabbiosi. In queste pagine si erra, ci si sposta, ma non si va da nessuna parte. Il passo decisivo viene compiuto nel quarto movimento di questo estenuato corpo a corpo.

La cipolla, pubblicato nel 1995, quindici anni dopo essere stato scritto, riassume le due attitudini che Moresco ha mostrato nelle pagine precedenti: la visione e l’errare. Le riassume e le sintetizza nel protagonista (di nuovo senza nome, di nuovo voce narrante in prima persona) che a causa di uno spasmodico e incontrollabile desiderio di corpo trascorre tutta la veglia, e buona parte delle ore notturne, a esplorare, a penetrare, fin quasi a infrangere, il corpo della donna con cui divide l’appartamento in affitto.

Soli, senza passato e senza prospettiva, l’uomo e la donna non sono che corpi persi nella ricerca reciproca, non sono che mappe sulle quali Moresco scopre tracce e percorsi fin quasi alla consunzione fisica dei suoi personaggi. E tutto questo accade sotto una luce pesta, livida. Come se il lettore stesse osservando non corpi, ma una natura morta.

Ma che senso ha tutta questa attenzione? Perché Moresco affila il proprio sguardo su oggetti, su animali, su persone, con tale puntiglio e necessità? Quale ferita cerca? Quale mancanza, e quindi quale desiderio ci sono a monte?

Forse bisogna tornare indietro e riprendere quella parola, prefigurazione, con la quale Parente ha etichettato tutte queste storie (ad eccezione del Re, nel quale Moresco ritorna, uguale e diverso, nei luoghi della Camera blu). Sarebbe allora davvero possibile leggere La cipolla e La buca come palinsesti su cui Moresco già provava a scrivere i suoi Canti del caos, e qualcosa della Camera blu sembrerebbe quindi anticipare gli spazi, i volumi e i personaggi stagliati negli Esordi. E tutte queste prime storie non sarebbero che un tentativo, del tutto impensato e del tutto autonomo, per arrivare all’esordio, all’apertura del caos.

Di fronte a certe pagine si ha l’impressione che uno scrittore trascorra tutta la vita scrivendo un solo, unico libro.

Written by: Giuseppe Martella