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L’ultima avanguardia

E’ il 1962 e, a Milano, lo showroom Olivetti ospita “Arte Programmata“. Il titolo della rassegna si deve a uno dei due organizzatori, Bruno Munari. Spetta a lui il merito di aver scovato l’aggettivo più adatto a sottolineare il comun denominatore degli artisti presenti in mostra: la razionalità del processo creativo. Stanchi di Action Painting e Tachisme, oppongono all’impulsività del gesto informale la meditata ideazione e realizzazione dell’oggetto artistico. Discostandosi volontariamente dallo stereotipo dell’artista che crea in preda alla momentanea ispirazione, si riuniscono in gruppo dando vita ad opere “programmate” in maniera così esatta, da permettere la loro riproduzione in serie. In tal modo l’opera cessa di configurarsi come frutto della creazione unica ed irripetibile del genio individuale, diventando accessibile ad un numero più vasto di fruitori.
Arte programmata” è, quindi, più di un titolo, è la denominazione di una ricerca artistica sviluppatasi durante gli anni ’50 e ’60, dapprima in Europa e successivamente in America.
A cinquant’anni dalla storica esposizione di Milano, la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma ricostruisce il percorso di questa corrente attraverso la mostra “Arte programmata e cinetica. Da Munari a Biasi a Colombo e…” a cura di Giovanni Granzotto e Mariastella Margozzi, in scena fino al 27 maggio.
Anche in questo caso il titolo è indicativo. Passeggiando per la galleria è facile rendersi conto di come il “movimento” rappresenti l’elemento fondamentale dei lavori esposti. In alcuni può essere non reale, determinato da texure, disegni, materiali e quindi frutto della percezione visiva; “Arte gestaltica” la soprannominerà Argan, riferendosi agli studi della corrente tedesca. In altri è l’azione diretta dello spettarore ad innescare il moto, come avviene per le opere del Gruppo T di Padova, tra cui spicca la “Camera stroboscopica n°3” di Davide Boriani. Lo spettatore, camminando all’interno di questa stanza-labirinto buia, attiverà inconsapevolmente giochi di luce, amplificati dagli specchi posti sulle pareti. L’elemento luminoso è molto presente all’interno dell’esposizione, lo troviamo in “Light prisms” di Alberto Biasi ,”Ludoscopio n°16. Espansione cosmica intermittente” di Paolo Scirpa, “Néons 76°-2 néons 104° avec 4 rythmes interfèrents” di Francois Morellet, solo per citare alcuni lavori. Vi è poi la tipologia di opera cinetica che autodetermina il proprio movimento. Il primo esempio di una creazione di tal genere si ebbe negli anni ’30 con i “Mobiles“, figure in fil di ferro che si muovevano sfruttando gli spostamenti di aria, ideate da Calder. Gli artisti cinetici degli anni sessanta hanno approfondito questo discorso e ,servendosi del forte sviluppo tecnologico di quegli anni, hanno dotato le proprie opere di dispositivi interni, volti ad innescare automaticamente il movimento. Un esempio è costituito da “Dinamica circolare 6S+S ” di Marina Apollonio, in cui un meccanismo genera l’ipnotica rotazione dei cerchi dipinti su fondo bianco e l’illusione di rilievo, come avveniva nei “Rotoreliefs” e in “Anémic cinéma” di Duchamp. Anche la “Superficie magnetica” di Davide Boriani comprende un congegno a motore che provoca il movimento di alcuni magneti posti sul retro ed il conseguente spostamento della polvere di ferro presente nella parte visibile dell’opera.
A differenza di quello che si è portati a pensare, le ricerche visivo-cinetiche non hanno lo scopo di confondere lo spettatore bensì, come scrive Argan, di “[…] attrezzare il fruitore ad una percezione lucida, critica del reale.” e dotarlo ” di una difesa psicologica nei confronti della mistificazione continua dell’informazione visiva utilizzata come mezzo di suggestione“.





Osservatore che riveste un ruolo fondamentale in quanto, attraverso la propria esperienza percettiva, completa il lavoro dell’artista. Per tal motivo Umberto Eco definirà questo tipo di creazioni “opera aperta”. I visitatori della GNAM diventano “coautori” delle oltre cento opere in mostra, raggruppate in diverse sezioni. Sono presenti i “precursori” dell’arte programmata e cinetica, Vasarely, Agam, Albers, Bill e il già citato Munari che, attraverso la creazione delle sue “Macchine inutili” si pone come antesignano di questa corrente. Ampio spazio è dedicato alle opere dei gruppi italiani ( Gruppo T, Gruppo N, Gruppo Uno, Gruppo 63, Gruppo MID ) e degli artisti italiani non operanti in gruppo, al fine di fornire un quadro dettagliato delle ricerche visive-cinetiche del nostro paese. Per completare il panorama vengono presentate anche le esperienze europee, sia singole che collettive (GRAV , Gruppo Zero).
Paradossalmente fu il successo riscosso dall’arte cinetica e programmata a decretare la sua fine. Seguaci ed imitatori di questa corrente tramutarono scientificità e rigore in banali giochi ottici, in opere che nulla più avevano in comune con la poetica esplicitata dai predecessori, portando al declino quella che Lea Vergine ha definito “L’ultima avanguardia“.

Written by: Giulia Zaccagno