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Patrizia Valduga – Libro delle laudi

Dopo la scomparsa di Giovanni Raboni, Patrizia Valduga si era ritrovata a scrivere alcuni distici che chiudevano gli Ultimi versi – la breve raccolta postuma di Raboni, pubblicata da Garzanti nelle prime settimane del duemilasei – per poi chiudersi in un silenzio di sei anni. Ed ecco che dopo questi sei anni di silenzio la Valduga ritorna con il Libro delle laudi, che riprende le ultime poesie dedicate a Raboni e le integra con altri versi scritti in pochissimi giorni durante il natale del duemiladieci.
Questa raccolta sorprende e non sorprende. Sorprende perché la poetessa aveva deciso di non scrivere più, come se con la morte del compagno lei stessa si fosse ritrovata priva di voce. E non sorprende perché chiude – cerca di chiudere, di precisare – il dettato breve, nervoso, che aveva dato l’impronta ai suoi ultimi testi.
Distici acuminati, serrati dallo spavento della perdita, dal terrore di non avere più vita da Giovanni. Distici quasi privi di punteggiatura, affollati di parole rima (tra tutte, spiccano le parole-amuleto vita e pietà), come chiusi in sé stessi, imprigionati da un’ecolalia che non permette alcuna costruzione di senso, che non dà orizzonti: Signore della morte e della vita, / nessuno più di lui merita la vita. / Signore di ogni tempo di ogni vita, / per la sua vita ti dò lo mia vita.
L’intera produzione della Valduga si è sempre riflessa e dispiegata attraverso due poli: Amore e Morte, Eros e Thanatos. E se diamo per buona la lettura di Stefano Giovanardi, la metrica adottata dalla Valduga (una metrica classica, fatta di sonetti, terzi, ottave, ballate) aveva finora svolto il compito di gestire il portato erotico del dettato. Maggiore il trasporto, maggiore il contenimento (il contenitore) metrico.
E poi Thanatos. Subìto e affrontato con Requiem, la raccolta scritta dopo la morte del padre. In Requiem agiva ancora un principio di senso, un principio di costruzione di senso. C’era ancora un orizzonte, una ricerca del perché, una volontà di capire e di spiegare. Testimonianza ne era l’uso dell’ottava narrativa: la narrazione (la narrazione in versi) per darsi una spiegazione, per costruirsi delle domande che placassero l’angoscia della perdita. Un’angoscia fisica prima che mentale, esistenziale: Per otto giorni, otto notti nere, / immobile, schiacciato sulla schiena…
Ma in queste laudi si agita qualcosa di più definitivo e diverso. Valduga sembra avere raggiunto una maggiore puntualità di dettato, un nitore verbale, metrico, che va aldilà della prova di Requiem. Leggendo questi versi si ha la sensazione che un violento, terribile e inevitabile principio di realtà abbia spazzato ogni dispositivo espressivo riducendolo all’osso, alla pura connessione di soggetto, verbo, oggetto. Brevi tratti, astratti eppure corporali (cit.). Una misura di espressione forse non mistica, ma di certo epica. Un’epica tutta personale, individuale, nella quale trovano spazio anche ricordi personali impastati di letteratura, ma per niente manierati: ho finito il breviario dal tuo Proust: / lo pubblica a settembre l’editore.
In questi distici Valduga tenta di far tornare i conti con sé stessa, e la perdita di Raboni può diventare, può essere vissuta come riacquisto di sé. Un viaggio, quello verso sé stessa, dal costo incalcolabile. E Valduga ha armato il passo, e ha deciso di provare quest’ultimo movimento: vecchia e bambina piangono di là… / dal tempo… adesso… finalmente assolte…
In questi ultimi anni sono stati scritti, e ancora prima vissuti, diversi testi che piangevano e cantavano la perdita di una persona desiderata, amata, voluta. Il tema dell’addio, di De Angelis, o La luce prima, di Tonon. Senza nemmeno tentare di risalire fino al testo che, forse primo tra tutti nella poesia contemporanea, ha tracciato questa linea, ormai trent’anni fa: Satura, di Montale. Certe volte si ha l’impressione che la letteratura, quando non può essere canto di gioia, non sia che un lungo tentativo di elaborazione del lutto.
Non dovrebbe stupire e dovrebbe suscitare forse rispetto la possibilità che questi versi siano davvero gli ultimi che la Valduga si ritroverà ad avere scritto.

Written by: Giuseppe Martella
Articolo pubblicato originariamente su Books and other sorrows, blog Kataweb di Francesca Mazzucato