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MAGDA SZABÓ – VIA KATALIN

Appena terminato di leggere, Via Katalin di Magda Szabò, ancora impietrita dalla dolente nostalgia di cui è intriso, prima di riporlo sul tavolo e lasciare sendimentare per sempre i personaggi in quello spazio indefinito tra me e il mio corpo, ho sentito il bisogno di rileggere le prime pagine:

Diventare vecchi è un processo diverso da come lo rappresentano gli scrittori, e somiglia poco anche alle descrizoni della scienza medica. Nessun opera letteraria, né tanto meno un medico, avevano preparato gli abitanti di via Katalin al particolare nitore che l’invecchiare avrebbe portato nella buia galleria percorsa quasi inconsapevolmete nei primi decenni delle loro vite…

A romanzo concluso mi pare impossibile che la Szabò abbia scritto nell’icipit una confessione tanto severa che vuole gli scrittori incapaci di raccontare la vecchiaia. Mi viene in mente la straordinaria capacità della scrittrice ungherese di costruire romanzi di memoria, di evocare sentimenti assopiti con la naturalezza e la facilità propria di chi intaglia i personaggi su una storia e non viceversa. Subito penso alla fantasia linguistica con cui inicide i profili dei suoi protagonisti, e penso alle tre case di via Katalin da cui si intravede il Danubio che, immobile e regale, solca la pendici della collina del castello di Buda e la vita di tre famiglie. Irén, Blanka, Henriett e Balint, bambini nella Budapest degli anni trenta e, protagonisti di Via Katalin, crescono tra i cortili interni e tra i giardini delle rispettive abitazioni, separate da una staccionata con assi divelte per facilitare il passaggio dei bambini.
Ma sugli amori familiari, le cene per festeggiare San Niccolò, i ricevimenti e i festosi pranzi di Pasqua , è destinato a incombere il peso della Storia, si affaccia infatti come uno spettro il clima di insicurezza provocato dalle persecuzioni antisemitiche e dalla guerra.
Delle fontane in giardino, le risate, la convialità, evocate nelle prime pagine del racconto resteranno solo ricordi, immagini eternate nella memoria di Irén. Fotografie di quei trent’anni di storia (1934-1969) raccontati nel romanzo con lirismo prodigioso da quella che continuo a considerare una delle voci più autorevoli della letteratura ungherese del XX secolo.
Via Katalin, fose l’opera più corale di Magda Szabò, è un romanzo di memoria e come tale procede per luoghi, episodi, date. C’ è una ricerca esasperata di quei due, tre momenti che segnano l’intera esistenza, gli unici in grado di essere ricordati con lucidità quasi dolorosa.

Penso a quegli episodi raccontati nel libro, ai bambini che diventano adulti e anziani sotto gli occhi del lettore, e mi viene in mente che la Szabò, per sfuggire dall’onore di raccontare il processo di invecchiamento – per cui le parole paiono tanto insufficienti come sottolineato in apertura – decide di costruire un grande racconto sull’assenza. La memoria allora con il suo sfuocato lanternino illumina anche le occasioni non colte, i sogni irrealizati, la morte, nell’irreale immobilismo di cui il romanzo pare intriso pur svolgendosi in un arco temporale trentennale.

Via Katalin è una fotografia in bianco e nero, che ritrae un cappotto e un cappello appoggiati a un attaccapanni vicino l’uscio della porta, pronti per essere indossati alla prima occasione eppure fermi, li, immobili, al sole.

Scritto da: Chiara Buonvino