neonzine

Technicolor

Siamo di nuovo in presenza di Lapì, giovane e promettente scrittrice toscana, che abbiamo già incontrato nelle pagine di “Firenze cambia stagione… e si fa due vasche in più il sabato sera. Stavolta alle prese con pellicole cinematografiche, stanchi e vuoti bobò e depilazioni.

 

“Ah, io lo trovo eccezionale !”. Quando la mia Demiurg-a lo dice, di sicuro si sta guardando o si sta parlando di una pizza in bianco e nero. Estatico è il suo modo di stralunare gli occhi, rapito è il modo in cui le sue mani paleggiano l’aria e formulare è il modo in cui inizia la sua personalissima madeleineata: ricorda il legnoso cinema apuano, Giovannino-la maschera, il dictat di non andare nei cessi del cinema, i maniaci del cinema e le pizze in bianco e nero che quasi sempre a quei tempi “sono state uno scandalo”.

“E noi facevamo il tifo battendo i piedi per terra!”. Quando il mio Demiurg-o lo dice,di sicuro si sta parlando di pizze-Nuovo Mondo, teatro dell’insanabile e revisionista contesa cowboy versus indiani. Calato nelle vesti più neorealiste che conosce, ride con le mani e riproduce quel tamburellio sul pavimento della cucina. Di quel Mediterraneo post-bellico ricorda l’apostolato delle suore che smerciavano cioccolata, i filmoni storico-mitologici e la predisposizione a gauche poiché lui parteggiava già per gli indiani (cosa che tuttora fa!).

Alle mie latitudini si calcano scene in technicolor. I calcatoridiscena selezionano abiti che hanno un unico modello cromatico: lo sgargiante. Di questi tempi  le tonalità tetre sono ostracizzate dal paesino di sant’Ilario;pare siano solite limonare duro con il termosifone globale. Galoppano code di cavallo alla fidanzatina d’America, quella che applaude entusiasta il biondino quarterbeck dal nomignolo necessariamente orfano di desinenza.

Mi accorgo che ancora so respirare solo quando arrivo alla torrefazione più bobo del circondario. La torrefazione bobo offre sedute bobo all’esterno del locale perché gli avventori bobo possano rifocillarsi in quella fetta di suolo pubblico che le compete. Afflitti e affetti da piazzismo signore brizzolate finto-distratte scambiano pareri sull’ultimo convivio della Cicci,della Titti,della Bubi. Salutano altrettanti brizzolati con gli occhi adornati da montature tartaruga, che siedo rigorosamente a gambe accavallate. Nel tentativo di tenere conversazioni  pubbliche sincere scambiano freddure con il barista dal nome siculo-egizio e dallo slang fortemente etrusco. L’idea di enfatizzare l’esterno funziona bene alle prime luci del mattino o al crepuscolo, ma all’ora del consueto pasteggio diventa una prova di ascetismo, una gara di resistenza a chi meglio tollera quella insana sovraesposizione alla canicola pomeridiana. Una delle avventrici bobo ridotta ormai a colabrodo e provata dal connubio arsura-digestione tenta di aggirare il problema suggerendo al barista dal nome siculo-egizio:” Oh I. segna nei conto anche il cardiologo! Ciao, a domani!”.

Nell’attesa che sfumature vinaccia abbiano la meglio sullo sgargiante, mi depilo metà gamba ed esco perché magari becco un impavido con cui dibattere l’annosa questione del caldo, tema molto sentito da chi ancora non ha fatto il biglietto del treno. Stasera da qualche parte si proietta una pizza in technicolor.

 

Scritto da Lapì
Introduzione di Avant Garden