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Alcoa: si chiude

Ieri notte due operai dell’Alcoa sono saliti a 70 metri di altezza sulla torre dell’acqua dello stabilimento di Portovesme. Non sono solo due operai, sono soprattutto sindacalisti, uno, Franco Bardi della Fiom-Cgil e l’altro, Rino Barca della Fim-Cisl, rispettivamente con 23 e 26 anni alle spalle di lavoro nella fabbrica. Hanno compreso che i vertici del colosso americano, terzo produttore al mondo di alluminio, non hanno alcuna intenzione di rispettare gli accordi presi per lo slittamento dello spegnimento degli impianti. Nonostante le rassicurazioni di lunedì al tavolo con il governo, infatti, i due sindacalisti denunciano che l’azienda “si è rimangiata tutto” ,“resteranno attive solo 21 celle su 290, questa è la morte della fabbrica”. Una fabbrica che dà lavoro a più di mille operai, che permette ad intere famiglie di andare avanti, in un territorio, come quello sardo, che certo non vanta la prosperità economica.

Il 10 settembre i lavoratori dell’Alcoa avevano portato la loro protesta a Roma, mentre nei palazzi del potere si decideva il loro destino. Una protesta disperata (Disposti a tutto, si leggeva sulle magliette indossate dai manifestanti) sfociata in scontri di piazza con le forze dell’ordine. Tuttavia  uno spiraglio sembrava essersi aperto: l’azienda accettava di ritardare lo spegnimento degli impianti di un mese, per permettere a una delle due aziende svizzere interessate all’acquisto, di formalizzare una proposta. Fino a quando non ha deciso di lavarsene le mani. Dei lavoratori, degli accordi presi, di tutto.

Dagli anni ’90 l’Alcoa ha ricevuto importanti aiuti statali, giudicati oltretutto illegittimi dalla Commissione europea con una decisione ufficiale del 19 novembre 2009. L’azienda per riparare la situazione avrebbe dovuto allo Stato italiano 295 milioni di euro; il tutto è stato sistemato da un decreto ad hoc, etichettato come “salva Alcoa”, varato nel 2010. Oggi, nonostante tutto, l’azienda chiude, lasciando non solo l’Italia, ma l’Europa. La sua destinazione è l’Arabia Saudita. Il motivo? Troppo alti i costi dell’energia per mantenere gli impianti in funzione e troppo alta la pressione fiscale. Strano, non si è parlato di una “rigidità del mercato del lavoro”, né é stato detto che il problema era la mancanza di una “maggiore flessibilità in uscita”.

La tenace difesa del posto di lavoro messa in atto dagli operai dell’Alcoa, non ha niente a che fare con la garanzia delle continuità delle occasioni di lavoro. Ma che vuol dire? Loro sanno solo che se lo stabilimento chiude non avranno più niente. Non avranno un lavoro, la dignità che esso comporta e stipendi con cui mantenere le loro famiglie. E allora che fanno? Salgono sulle torri. In Italia ormai sono scene familiari. Lavoratori costretti a questo per farsi ascoltare, per contare qualcosa. Per avere l’attenzione dei giornalisti e dei politici. Gli stessi politici che da settimane ormai sono impegnati nella campagna elettorale, a stringere alleanze, a scegliere la riforma elettorale più conveniente, in un teatrino monotono, squallido e francamente fuori luogo in momento come questo. Tutti presi da giochi di potere e con la visione ristretta dettata dalle logiche di partito, sembrano totalmente fuori dal mondo i vari Casini, Bersani, Vendola, Alfano, Cicchitto. Io non so in quale paese vivano loro, ma il mio è strozzato dal debito pubblico, il lavoro è un miraggio e i giovani sono senza speranza e senza futuro, disillusi e sempre meno disposti a credere alle fandonie che una classe politica inadeguata e inadempiente cerca ancora di propinargli.

 

Scritto da Fabiana Aloisi