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L’EUROPA E LA SUA MONETA DIFETTOSA

Per chi si fosse perso le puntate precedenti, l’introduzione dell’euro avvenuta nel 2002 è stato il più rilevante passo di un processo di unificazione intrapreso in Europa che affonda la sue radici negli anni ’50 del secolo scorso. Ci si potrebbe chiedere, a dieci anni dall’introduzione della moneta unica, se questa stia riuscendo nello scopo che i suoi teorici si erano prefissati ovvero quello di favorire le economie interne facilitando gli scambi (di merci, di titoli, di manodopera..) e quello di creare una moneta forte che si affiancasse al dollaro come bene rifugio nei mercati mondiali. La risposta è no. Infatti si può affermare che l’incremento degli scambi, a causa anche della recente crisi economica, non ha compensato la perdita di sovranità monetaria su cui alcuni stati, tra cui l’Italia, avevano in passato contato per svalutare la propria moneta e rendere più competitive le proprie esportazioni. Possiamo però concedere alla nostra moneta delle attenuanti. Il compito non è facile, date le diversissime caratteristiche delle economie che lo hanno adottato, in secondo luogo dieci anni non sono molti per una valutazione di questo tipo, considerando anche il fatto che tra la bolla speculativa del 2000 e la recente crisi dei debiti sovrani, sicuramente non si è trattato dei dieci anni più tranquilli nella storia del capitalismo. Certo è che, d’altro canto, la moneta unica europea presenta delle lacune che non è errato considerare come difetti di progettazione, come sostenuto dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman, in una recente intervista rilasciata al settimanale francese “L’Express”, dal momento che sono attributi decisi a tavolino in fase di pianificazione o comunque degli avvenimenti facilmente prevedibili.
Come abbiamo già accennato le economie che l’euro accomuna sono molto diverse tra di loro. Questo sia per una questione di forza (difficile assimilare per grandezza l’economia francese o tedesca a quella greca o portoghese), sia per una questione di caratteristiche proprie di ognuna. Queste possono essere le politiche previdenziali, l’intervento statale nell’economia, la diversa influenza dei sindacati, le caratteristiche del sistema bancario e dei mercati finanziari. Tutte queste sfumature rendono uno stato diverso dall’altro e, per arrivare a ciò che maggiormente ci interessa, fanno sì che ognuno paghi un interesse diverso sui propri titoli di debito, in funzione dell’affidabilità dei propri conti. L’esistenza di diversi titoli di stato infatti, ognuno con un proprio profilo di rischio e di rendimento, rappresenta una vera e propria anomalia nei sistemi monetari moderni. Non esiste un’altra moneta infatti la cui emissione sia regolata tramite compravendita di ben 17 titoli ognuno di una diversa nazione. Per questo negli ultimi anni, specialmente dopo la recente crisi dei debiti sovrani, sono state molte le proposte per giungere al cosiddetto “eurobond”: un unico titolo, che paghi un unico interesse per scadenza (il famigerato spread non esisterebbe più), con volumi di scambio così grandi da non risentire delle occasionali razzie speculative. Il pregio maggiore di un titolo di questo tipo sarebbe quello di essere uno strumento, oltre che solido, già di per sé diversificato, caratteristica questa sempre più rara data la globalizzazione dei mercati finanziari in corso e la conseguente difficoltà di frazionare il rischio investendo in quante più attività possibile. Come è ovvio le maggiori resistenze vengono dalle economie più solide, come quella tedesca e quelle scandinave, che data la propria affidabilità pagano un interesse sul debito pubblico molto basso. Altra soluzione, non meno controversa ma che negli ultimi giorni sta riscontrando tiepidi consensi nel nord del continente sarebbe quella dell’ormai chiacchieratissimo “scudo anti-spread”. L’adozione di uno strumento di questo tipo prevedrebbe l’acquisto illimitato da parte della BCE dei titoli nazionali in caso di attacchi speculativi o di massicce vendite da parte degli intermediari (due eventi la cui distinzione spesso è impossibile). Anche questa soluzione non è esattamente pacifica: infatti, a fronte di acquisti “a valanga” di titoli in difficoltà, il mercato si vedrebbe inondato di liquidità, evento questo che in Germania tendono a considerare al pari di una pestilenza, visti i loro trascorsi storici in fatto di inflazione. C’è da ricordare, inoltre, che tra gli obiettivi fondanti della BCE c’è proprio quello di scongiurare spirali inflazionistiche, con l’obiettivo fissato dal trattato di Maastricht del 3% massimo. Insomma un provvedimento del genere verrà approvato, con opportuni standard quantitativi, a mio avviso, solo dopo che gli stati più virtuosi si siano assicurati che le economie mediterranee abbiano fatto a dovere i compiti a casa in fatto di indebitamento pubblico. Questo vuol dire essenzialmente “austherity”, che in Italia vuol dire recessione essendo l’apparato pubblico tuttora un volano essenziale per la nostra economia. In conclusione il discorso che dovremmo deciderci ad affrontare è di portata politica prima che economica. Consideriamo l’euro come un punto di partenza o come un punto di arrivo? Nel primo caso, se intendiamo l’unione monetaria come un passo necessario per giungere in futuro ad un’Europa unita politicamente, la pretesa degli stati nordici di mantenere il controllo sui propri titoli nazionali appare quasi ridicola, per cui il passaggio agli “Eurobond” sarebbe una soluzione scontata. Nel secondo caso ci teniamo la nostra moneta così come è, senza cambiamenti strutturali. Si metta pure a punto lo “scudo anti-spread” (terminologia di reaganiana memoria) e, per tornare a citare Krugman, avremo una soluzione posticcia a difendere una moneta “campata in aria”.

Scritto da Matteo Pace