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I fratelli maggiori delle Pussy Riot

Alzi la mano chi non ha mai sentito nominare le Pussy Riot.
Avete presente le tre ragazze che hanno intonato una canzone-preghiera contro Putin dentro una cattedrale moscovita? E che per questo motivo sono state condannate a due anni di reclusione? Proprio loro. La vicenda ha fatto il giro del mondo, trasformandosi in un fenomeno mediatico in cui è stato quasi impossibile non imbattersi.
E scommetto che avete presente Nadezhda Tolokonnikova , la riot grrrl che spicca per avvenenza all’interno del trio, la stessa a cui è stato chiesto di posare per la copertina di Playboy Ucraina. Nonostante la giovane età, questa studentessa ventiduenne di filosofia vanta un intenso passato da attivista.
Nel febbraio 2008, all’interno del Museo di Biologia Timiryazev di Mosca, viene inscenata un’orgia per denunciare la risibilità delle elezioni presidenziali, in uno stato il cui sistema “fotte tutti“. Il titolo della performance, “Fuck for the heir puppy bear“, gioca con il cognome del futuro presidente Medvedev (che in russo significa “orso” ), ritenuto dai più soltanto un burattino di Putin. Prende parte alla protesta anche una Tolokonnikova diciottenne e incinta, appena quattro giorni prima di partorire la sua bambina.
La performance è organizzata dai Voina, collettivo artistico russo in cui hanno militato per lungo tempo due future Pussy Riot: Nadezhda, per l’appunto, e Yekaterina Samutsevich.

Ora alzi la mano chi non ha mai sentito nominare i Voina. Probabilmente fuori dai confini russi godono di minor notorietà rispetto alle loro “sorelline” in balaclava sgargiante, ma è dal 2007 che danno filo da torcere al regime russo attraverso le loro provocatorie azioni.
La più famosa è “Dick captured by KGB” : in 23 secondi disegnano un fallo di circa sessanta metri sul ponte levatoio di San Pietroburgo che si solleva davanti la sede dell’Fsb. 
Comprendono circa 200 membri, spesso coordinati dal nucleo principale formato da Oleg Vorotnikov, ( a.k.a. Vor ) laureato in filosofia e fondatore del gruppo insieme a sua moglie Natalia Sokoloza (a.k.a. Koza ) che, oltre a possedere un dottorato in fisica, si occupa dell’ideazione delle gesta del collettivo. Kasper, il loro bambino di appena tre anni, fa parte dei Voina dalla nascita. Ci sono poi Leonid Nikolaev (a.k.a. Leo the Fucknut ) e Alexei Plutser-Sarno, autore dei testi e referente per i media.
I Voina hanno come obiettivo la realizzazione di una street artd’azione “monumentale e patriottica che squarci impietosamente l’opprimente cappa d’omologazione reazionaria, corruzione politica e autoritarismo putiniano”.Spiega Leonid Nikolaev, in un’intervista di Annie Rutherford: “I nostri principali nemici sono la polizia corrotta e il regime russo, la personificazione del filisteismo aggressivo. Nella cultura criminale russa c’è una parola per indicare il filisteo aggressivo: zhlob. Sono gli zhlob che hanno il potere nella Russia di oggi. Sono sbirri col vestito da prete. Si sono appropriati del paese solo per poter riempirsi le tasche di denaro sporco”.
A denunciare l’inviolabilità della classe militare ed ecclesiastica ci pensa Vor nella performance “A cop in a priest’s cassock“: entra in un supermercato indossando un vestito da prete e un cappello da poliziotto, riempie di prodotti alcune buste ed esce indisturbato senza pagare.
Il collettivo russo mira, inoltre, alla rinascita e alla diffusione di un’arte di protesta, un’arte pura che non abbia come fine il guadagno monetario.
Vor e Koza, non solo non fanno arte per denaro ma addirittura hanno rinnegato l’uso dei soldi dal 1988. Sono senzatetto, vengono ospitati di volta in volta da amici, rubano ciò di cui hanno bisogno e viaggiano in autostop, tutto ciò per non sottomettersi al regime russo che, a parer loro, in cambio di ricchezza e lavoro chiede assoluta lealtà nei suoi confronti.
All’interno del sistema artistico i Voina si muovono in maniera indipendente, senza beneficiare del supporto di alcun gallerista, curatore o istituzione.
Contrari al conformismo degli artisti, alla sottomissione al regime e all’egemonia dell’arte commerciale, rivendicano la totale libertà d’espressione di artisti ed intellettuali.
Per questo motivo nel 2009 fanno irruzione durante il processo di Andrei Yerofeev e Yuri Samodurov, curatori perseguiti per aver organizzato la mostra “Arte Proibita” e, muniti di chitarre elettriche e microfono, intonano la canzone “All cops are bastards“.
Ovviamente, agendo in una nazione che poco tollera il dissenso politico e scivolando nell’illegalità a causa delle loro pratiche artistiche eversive, di frequente si trovano ad avere problemi con la legge. Vor e sua moglie rischiano la sottrazione della patria potestà e nel 2011 sono stati dichiarati fuggitivi federalmente ricercati; la polizia ha sequestrato i documenti di Koza e Kasper durante una perquisizione, privandoli della possibilità di usufruire di molti servizi, tra cui le cure mediche.Tra gli innumerevoli arresti, quello di Oleg e Leonid a seguito di “Rivoluzione a Palazzo” (protesta contro il Ministero dell’Interno, durante la quale vari membri di Voina hanno ribaltato macchine della polizia) è sicuramente il più celebre. Il motivo? A pagare la cauzione è stato addirittura il noto street artist Banksy.
Non tutti, però, sono dalla parte dei Voina e del loro modus operandi. In molti sostengono che le loro azioni siano semplici atti vandalici spacciati per gesti artistici.
Ma Plutser-Sarno e compagni sono convinti che in un paese in cui gli oppositori al regime vengono incarcerati, una giornalista muore assassinata dentro un ascensore, un artista come Dmitri Prigov viene arrestato e internato in un’ospedale psichiatrico perchè dissidente, le proteste non possono essere condotte in maniera pacifica. Non a caso hanno scelto di chiamarsi “Voina” ovvero “Guerra”.
E sicuramente saranno d’accordo con Picasso, quando diceva :”Cosa credete sia un artista? Un imbecille che ha solo degli occhi, se è pittore, le orecchie, se è musicista[…]? Al contrario, egli è allo stesso tempo un uomo politico, costantemente sveglio davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo che si modella totalmente a loro immagine. […] No, la pittura non è fatta per decorare appartamenti. E’ uno strumento di guerra, offensiva e difensiva, contro il nemico“.
Scritto da Giulia Zaccagno