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L’Umana Arte della Vendetta

Sfugge dalle aspettative, anche le più temerarie: Kim Ki-Duk, salito alla ribalta del grande pubblico grazie al Leone D’Oro, è uno dei maggiori esponenti del cinema d’autore internazionale.
Dopo tre anni di stasi creativa e forse, ancor di più, di stasi emotiva (l’autore ci racconta la sua situazione nel documentario del 2011 “Arirang“), il regista sudcoreano torna con una splendida analisi umana, come, d’altronde, ha abituato il suo pubblico in tutta la sua filmografia.
Pietà, titolo indiscutibilmente legato all’opera michelangiolesca (legame che viene prepotentemente evidenziato dal regista nella scelta della foto di locandina), è un film che lega sottilmente il rapporto madre-figlio all’iconografia classica del cattolicesimo, non certo per motivi di ordine religioso canonico, ma per dare un’aria umanitaria e panteistica, totale e mistica alla vicenda narrata dai protagonisti.
In sudici garage di un quartiere povero sudcoreano, si svolge la deplorevole routine di un recuperatore di crediti, che pare divertirsi nello storpiare e mutilare orribilmente i debitori non paganti. Lo s-pietà-to Gan-Do si ritrova a fare i conti con una misteriosa donna che, con fare colpevole e impudente, lo seguirà in tutti i suoi spostamenti. In seguito, la donna, interpretata dalla imperturbabile Cho Min Soo, gli confesserà che è la madre che lo abbandonò alla nascita.
Da qui una serie di terribili prove al limite per la donna, che sembrano riportare la vicenda su un emblematico piano simbolico/psicanalitico di ri-unificazione con un materno mai vissuto dal protagonista.
Masturbazione, violenza, incesto: temi forti che ci riportano alle prime opere giovanili del regista sudcoreano, ma che oggi vengono presentate con una cruda lucidità, come a chiudere il cerchio della natura umana attraverso l’espiazione di Kim Ki-Duk stesso.
Non è certo la presenza di queste scene sanguinose o sessuali a far svegliare negli spettatori un senso di vuoto, svilimento, imbarazzo, ma la riflessione obbligata che il film porta con sé, riflessione sul gretto che c’è inevitabilmente nell’animo umano, su una gerarchia di sentimenti che sembra portare la pietà ad essere secondaria alla vendetta. L’incredibile viaggio dello spettatore è proprio questo: credere, inizialmente, di non poter provare altro se non un disumano senso di vendetta nei confronti dello spietato Gan-do, ma poi ritrovarsi a combattere tra il senso di redenzione e quello di pena, quel sentimento che porta appunto il nome di “Pietà”.
In questo gioco di sentimenti altalenanti, il finale si presenta come nella migliore tradizione squisitamente coreana: non c’è piatto migliore di una Vendetta servita fredda.

Scritto da Arianna Felicissimo