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La protesta continentale

Il 14 novembre sarà ricordato come il giorno in cui l’Europa (quella, però, che non ha fatto i compiti a casa e che si lamenta troppo) è scesa in piazza contro le politiche economiche dell’austerità, del rigore, contro le eloquenti riforme “lacrime e sangue”.

Ci si sarebbe aspettati tutto questo dalla Grecia, che versa in condizioni disastrose per l’irresponsabilità dei suoi governanti e per colpa di un’Europa che sembra essere solo un continente e mai una comunità. Eppure oggi lo spirito comunitario sembra essere emerso: dal Portogallo, paralizzato da uno sciopero dei trasporti che ha fatto cancellare un volo su due, dalla Spagna, non certo nuova a questo tipo di proteste, dalla Francia, dove si sono registrate anche qui difficoltà nei trasporti, anche se lo sciopero non era ufficiale’ e poi, dall’Italia: studenti dei licei, universitari, docenti, precari, disoccupati sono scesi nelle strade di 87 città, per chiedere riforme che tutelino il lavoro, il futuro e non badino solo a far quadrare i conti. Si sono registrati scontri e cariche della polizia a Brescia, dove fra l’altro i collettivi studenteschi erano scesi in piazza anche in occasione del trentottesimo anniversario della strage di piazza della Loggia, a Torino, Milano, Padova, Trieste e Roma, qui la tensione è esplosa sul lungotevere con lanci di petardi, bombe carta, fumogeni e pesanti cariche da parte delle forze dell’ordine.

C’è da chiedersi se l’unica strada possibile e percorribile per uscire dal pantano in ci troviamo sia quella delle politiche dell’ austerity, anche perché, di questo passo, non si sa quanti resteranno vivi quando non saranno più necessarie. Ci si chiede a cosa pensi la classe politica in un giorno come questo, in cui la tensione sociale è arrivata alle stelle.

Non si preoccupano di ciò che accade nelle piazze, del fatto che i veri bersagli delle proteste sono loro, i politici, per averci condotto nel baratro. Perché di certo Monti e co. non sono responsabili delle pessime condizioni in cui versava il Paese molto prima che venissero indicati come ancora di salvataggio, come ultima spiaggia prima di “finire come la Grecia”. Certo, non sono immuni da critiche, dal pasticcio degli esodati, dalla riforma delle pensioni e dell’articolo 18, dalle politiche del lavoro in generale e dalla legge anticorruzione, meglio nota come legge di facciata, per non spaventare troppo chi siede tra i banchi di Senato e Parlamento. Il profilo politico italiano è talmente basso che in una situazione del genere, tralasciando, inoltre, le piogge autunnali che ogni anno si trasformano in catastrofi bibliche mettendo in ginocchio intere regioni della penisola, i nostri politici sono preoccupati dalle elezioni, dal discutere riforme elettorali per far sì che nessuno vinca e che nessuna perda, dal votare leggi per mandare in galera i giornalisti, il tutto sullo sfondo della lex sallusti, quella per salvare dalla galera l’ex direttore del Giornale. Hanno salvato personaggi come Milanese e De Gregorio, quasi quotidianamente assistiamo a scandali che coinvolgono capigruppo e tesorieri dei maggiori partiti, ma i giornalisti devono andare dietro le sbarre.

Ha ragione il corrispondente austriaco del quotidiano Der Standard, Gerhard Mumelter: “E’ un parlamento impazzito.”. Oppure, forse, anche troppo furbo.

Scritto da: Fabiana Aloise