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Django, spaghetto a cottura media

A Quentin Tarantino piacciono gli spaghetti western. Nella sua varia cultura cinematografica, acquisita nel videostore dove lavorò da ragazzo, primeggia tra i suoi film preferiti Il buono, Il brutto, Il Cattivo. Ma cosa più rara è la sua aperta ammirazione verso Sergio Corbucci. È da questo prolifico regista italiano che scaturisce l’ispirazione per Django Unchained, riprendendo situazioni e titolo dal film interpretato da Franco Nero del 1966.

Metà Ottocento, da qualche parte nel Texas. La pellicola si apre con atmosfere alla Spartacus, con gli stessi caratteri dei titoli di testa e stessa canzone (composta da Bacalov e cantata da Rocky Roberts , il fomentato cantante di “Stasera mi Butto”) del vecchio Django.

Cambia però il personaggio: l’eroe dalla “D“ muta non è più un biondo reduce di guerra ma uno schiavo nero (interpretato da Jamie Foxx), che viene comprato in modo abbastanza rocambolesco dal dottor King Schultz (Christoph Waltz), un cacciatore di taglie originario della Germania che lavorava come dentista. L’uomo ha bisogno di lui per riconoscere dei fuorilegge che sta cercando, promettendo in cambio allo schiavo la libertà e una ricompensa. Durante il viaggio, che alterna toni da commedia a scene sanguinose, i due stringono un legame d’amicizia e Schultz scopre che Django vuole ritrovare la moglie Broomhilda, da cui è stato separato alla piantagione dove lavorava precedentemente. Il dottore, convinto delle capacità del ragazzo e affascinato dalla sua storia, gli propone di lavorare con lui in inverno per poi aiutarlo in primavera a trovare la moglie.

Quest’ultima, si scopre, è stata venduta a Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), uno dei più ricchi latifondisti del Mississippi, nonché bizzarro amante della lotta fra mandinghi. La strana coppia è così costretta a una difficile operazione di recupero.

Quest’ultimo lavoro di Tarantino è molto vicino come tematiche al precedente Bastardi Senza Gloria: la storia vista dagli occhi dei non protagonisti, il tema della vendetta, le azioni suicide che finiscono per il meglio o quasi. Simile anche a Kill Bill, che però era esente da una volontà di descrizione storica, come ideazione del film attraverso il collage di personaggi, scene, inquadrature, musiche prese da altre opere.

Proprio il primo lungometraggio del regista, Le Iene, presentava una citazione a Django nella scena dell’orecchio, e in Django Unchained, senza provare a fare un elenco altrimenti infinito, abbiamo dinamite come in Giù la Testa, azioni al rallentatore come in Il mio nome è Nessuno, rese dei conti come ne Il Mercenario (anche questo di Corbucci) e imprecazioni come ne Il Buono, Il brutto, Il Cattivo.

La differenza primaria tra questo film e gli spaghetti western sta nel budget: Tarantino si permette un cast di grandi nomi, Robert Richardson alla fotografia (vedi Martin Scorsese), numerose ricostruzioni, sontuose scene d’azione e la solita colonna sonora a “compilation” (Ennio Morricone, Riz Ortolani, 2Pac, John Legend e altri mitici ripescaggi negli spaghetti western).

L’autore americano lavora con una estetica apprezzabile e nemmeno troppo ostentata (come invece fu per Kill Bill), assieme a una buona caratterizzazione dei personaggi: Jamie Foxx taciturno come fu Il Buono di Eastwood, un amabile dottor Schultz e un inquietante Candie. A questi ultimi due viene affidato uno dei capisaldi della trama tarantiniana, ovvero i dialoghi, che dispiegano la filosofia dietro la brutalità e l’assurdità delle azioni.

Altro caposaldo, il massacro cruento, è forse troppo ripetuto e ricercato nella seconda parte del film, rompendo l’equilibrio ottenuto nella prima parte tra ironia e violenza.

Molti spaghetti western e altri generi italiani anni ’60 e ’70 hanno previsto una ostentazione (a cui Tarantino aderisce completamente) per il macabro ed il sangue gratuito, o anche del nudo e del triviale, cosa che ha fatto pendere il giudizio verso molti film prevalentemente verso il kitsch. Parafrasando Umberto Eco, il kitsch pone in evidenza le reazioni che l’opera vuole provocare ed elegge a fine della propria operazione la reazione emotiva del fruitore (lo spettatore in questo caso).

Ma abbiamo esempi, nello stesso genere, in cui l’emozione è data da una contemplazione a cui si è portati senza ostentazione, come negli spaghetti di Sergio Leone: in C’era una volta il West non ci sono scene feroci, eppure comprendiamo bene il bisogno di vendetta di Armonica, e Henry Fonda incute comunque disprezzo.

Sapientemente Tarantino nella sua sceneggiatura mescola voglia di divertimento e di esagerazione quasi adolescenziale con il racconto dolente di un amore spezzato dalla bestialità umana. Non più un autore per caso e non ancora un poeta, che forse nemmeno ha voglia di divenire. La via di mezzo tra l’epica e il fumetto è servita.

 

scritto da: Giancarlo Curio