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La Grande Bellezza

Il regista Mario Monicelli in una delle sue ultime interviste, alla domanda su cosa potrebbe raccontare oggi un regista italiano si stupì, dando per scontato che la materia di cui trattare fosse ampia e sotto gli occhi di tutti. Che in Italia negli ultimi anni (facciamo anche decenni) sia stato raggiunto un livello tale di assurdità e stranezze è sotto gli occhi di qualsiasi osservatore attento, ma sembra come se il cinema non se ne voglia occupare sporcandosi le mani, preferendo il rimanere su una superficie sicura e comoda.


Paolo Sorrentino si butta invece in un progetto ambizioso, raccoglie il testimone dei registi che si guardano intorno, che tentano di descrivere e capire. Racconta, per sua stessa ammissione, la Roma Cafona ispirato da Dagospia, ma senza arenarsi anche lui nel salotto, compiendo una ricerca sulla pienezza dei personaggi: d’altronde anche il cinepanettoneci parla della cafona maniera (La Grande Bellezza ne condivide anche qualche attore).Il pretesto è la figura del giornalista-scrittore-re delle feste Jep Gambardella interpretato dal solito magistrale Toni Servillo, piacevolmente leggero e a tratti di commedia napoletana maniera, affiancato da uno sfigato Verdone, un magalliano Buccirosso e una Ferilli non recitante quindi brava.
Assistendo a una proiezione del film in un cinema romano una signora esclama (e non sussurra) al suo vicino “Ma è molto Dolce Vita!”. Esatto signora, lei ha colto nel segno. Più o meno, perché a volte sembra anche 8½.

La struttura, il viaggio per la città, l’osservazione dei singolari accadimenti sono figli degli stessi pensieri di Fellini. Ma lapalissianamente i tempi sono cambiati: le star, i nobili, gli intellettuali ma anche i comuni mortali che aspirano a rientrare nelle precedenti categorie appaiono stanchi, flaccidi, drogati, ignobili. Nessuna virtù presente nell’aria tranne che credersela un po’: la ricca che posa per gli autoscatti (vedi Colombari), l’intellettuale di partito che scrive i reality, il Cardinale di poco spirito, mandrie dall’estetista e persino i comunisti a tutti costi artisti. Un calderone di personaggi credibili perché esistenti anche in piccolo nelle nostre vite quotidiane ma incredibili allo stesso tempo. Il tutto adagiato su una città talmente magnifica e grandiosa da risultare opera di una popolazione aliena su cui ci ritroviamo a camminare per caso.
In questa descrizione della fiera delle vanità, che colpisce un po’ tutti ma che raggiunge nella Roma dei palazzi l’apice, il protagonista ci appare come un attento osservatore che si rivela anche un grande saggio, nella sua accettazione e comprensione dell’essere impantanato nella vacuità. Fare schifo rendendosi conto di fare schifo. O andarsene fuori dal caos come il tenero amico.
Il regista non si ferma in questo nulla italiano, ma si muove verso la ricerca di un significato, una speranza, che non avviene in modo frettoloso e poco comprensibile come in This Must Be the Place, ma che porta al film un alto tasso di lirismo che lo allontana dalla ferocia della prima parte dell’opera.
Assistiamo a così tante scene madri che nella seconda parte lo spettatore potrebbe pensare che qualsiasi scena possa essere un finale. Tante Grandi Bellezze ammirate da Jep che però ci rivela quale sia la Più Grande Bellezza, non a Roma e non nella fama.

 

SCRITTO DA:
GIANCARLO CURIO