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Il lager di Bolzaneto: la sospensione dello Stato di diritto nelle parole della Cassazione.

Martedì 10 settembre la Suprema Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza dello scorso 14 giugno sulle violenze e gli abusi perpetrati dalle forze di polizia nella caserma di Bolzaneto. I giudici di piazza Cavour confermano sette condanne e accordano quattro assoluzioni. Nel precedente grado di giudizio erano stati dichiarati prescritti i reati attribuiti a ben 37 dei 45 imputati nel processo tra medici, carabinieri, poliziotti e agenti penitenziari. Nelle 110 pagine depositate si legge di “violenze senza soluzione di continuità” in condizioni di assoluta percettibilità visiva ed uditiva da parte di chiunque non fosse cieco o sordo”. Inoltre, vengono riconosciute le responsabilità di coloro che occupavano, all’epoca dei fatti, posizioni di comando: “Non è da dubitarsi che ciascuno dei comandanti dei sottogruppi, avendo preso conoscenza di quanto accadeva, fosse soggetto all’obbligo di impedire l’ulteriore protrarsi delle consumazioni dei reati.”
Ma cosa è accaduto nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di stato tra venerdì 20 luglio e domenica 22 luglio 2001?

Mentre Genova brucia, Carlo Giuliani muore in piazza Alimonda e il Settimo nucleo mobile di Roma irrompe nella scuola Diaz (alcuni dei prelevati dalla scuola finiranno proprio nel carcere di Bolzaneto), la caserma, adattata a carcere per gli arrestati del G8, si trasforma in un lager. Questo grazie all’arrivo dei Gom (Gruppo Operativo Mobile), un reparto speciale del Corpo di Polizia Penitenziaria, istituito nel 1997 e i cui compiti vanno dal controllo di detenuti ad altissimo indice di pericolosità alla gestione di situazioni ad alto rischio, come rivolte carcerarie. Appena arrivati prendono possesso della parte della caserma, con infermeria annessa, che già da alcune settimane prima del vertice era stata adattata a carcere. La palestra funge da centro di identificazione e vi transiteranno approssimativamente 55 fermati e 252 arrestati. Approssimativamente perché, ancora oggi, non si sa dire con esattezza quanti furono gli ospiti involontari della struttura o il loro preciso tempo di permanenza. Si sa per certo, tuttavia, delle torture che subirono. E il termine tortura, non è né esagerato né eccessivo. Italiani e stranieri di ogni nazionalità, donne e uomini subiscono violenze verbali e fisiche: minacce a sfondo sessuale e politico, percosse al passaggio nei corridoi da parte di due file di agenti, privazione del sonno, minacce di violenze sessuali, mancata assistenza medica, gas urticante spruzzato negli occhi. E poi calci, pugni e percosse con l’uso di manganelli.
Bene, gran parte di tutto questo, a causa di un vuoto legislativo che il Parlamento non ha mai provveduto a colmare, resterà impunito. Infatti, in Italia il reato di tortura non esiste. Esistono solo reati decisamente meno gravi che possono essere attribuiti in sostituzione agli imputati, come l’abuso d’ufficio, percosse, l’abuso di autorità, e che prevedono pene poco severe, dai sei mesi ai tre anni, che ricadono nell’indulto e che hanno tempi di prescrizione decisamente stretti.

La corte di Cassazione ha chiuso ieri l’ultimo capitolo sui fatti di quel luglio 2001. Tuttavia, i grandi processi che sono seguiti lasciano l’amaro in bocca, la consapevolezza che la giustizia non abbia realmente trionfato e che i responsabili, mandanti ed esecutori di pestaggi e violenze, se la siano cavata liberi dalle condanne che avrebbero meritato.
L’incredibile e paradossale ironia provocata dal tentativo di cancellare quelle settantadue ore assurde e “i luoghi della vergogna”, invece di conservarli come monito alla futura memoria, ce l’ha raccontata Giuseppe D’Avanzo in un suo articolo scritto per La Repubblica nel lontano 2008: in una caserma in cui i detenuti erano costretti ad inneggiare a Mussolini, ad Hitler ripetendo cori come: “Mussolini, olè”, “Viva il duce”, dove si gridava: “Morte agli ebrei!” o “Benvenuti ad Aushwitz”, ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, l’ultimo questore di Fiume, deportato ed ucciso a Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

 

scritto da: Fabiana  Aloisi