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L’urlo di Gaza

I giovani di Gaza sono stanchi. Stanchi della guerra, dell’intolleranza, dell’odio, dell’indifferenza del mondo intero di fronte alla loro condizione. E per abbattere questo muro fatto di finte promesse, bugie e silenzio, una nuova generazione palestinese, che ha conosciuto l’oppressione di Hamas e il terrore causato dagli F16 israeliani, scrive il manifesto GYPO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento). Lo mettono on line su Facebook, lo diffondono tramite il web, unico canale non ancora assediato e controllato. Quando lo si legge, colpisce la rabbia di questi giovani, la forza poetica di quelle parole di dolore che proiettano nella realtà della Striscia di Gaza, un fazzoletto di terra di 360 km² che si affaccia sul Mediterraneo, e che quel gruppo anonimo autore del manifesto si ritrova a vivere ogni giorno.
Trasmettono la paura, la frustrazione di essere stranieri nella loro terra e di vedere continuamente calpestati i loro diritti dallo stato d’Israele e da Hamas in egual misura e allo stesso tempo: si sentono in trappola, senza vie di fuga, speranze e soprattutto senza futuro. Non chiedono la distruzione dello stato israeliano, non sono fondamentalisti, sono giovani che hanno subito i traumi del conflitto arabo-israeliano e non vogliono più assistere agli orrori che provoca. Sono stanchi dei morti, di avere il terrore di morire ogni giorno, di non poter dire, né addirittura pensare quello che vogliono. Vivono quotidianamente nella proibizione. Chiedono e vogliono la pace, vogliono una vita tranquilla, delle sicurezza basilari, una serenità che forse non hanno mai conosciuto. Vittorio Arrigoni, attivista e membro dell’ong Internacional Solidarity Movement, supportava questa “generazione di giovani palestinesi oppressa da un nemico esterno e soffocata da dentro”. Così definisce gli autori del manifesto di denuncia nel suo blog Guerrilla Radio pochi mesi prima di essere catturato e ucciso.
Vittorio, che andava nelle terre dei contadini palestinesi facendo lo scudo umano per evitare che venissero colpiti a morte dai soldati israeliani, che avevano dichiarato quei campi zona militare inaccessibile. Oppure, che saliva sui pescherecci dei i pescatori di Gaza per proteggerli al meglio delle sue possibilità dagli attacchi della marina israeliana, giustificati dal fatto che si erano spinti oltre tre miglia dalla costa, distanza tuttavia necessaria per ottenere una pesca meno inquinata e di quantità accettabile. Vittorio, scomparso ormai da tre anni e seppellito nel suo paese, Bulciago, tra le note di “Bella ciao” e le bandiere palestinesi, ripeteva continuamente l’adagio “restiamo umani”. Era convinto che tutti noi, a dispetto delle latitudini e delle longitudini, appartenessimo ad una stessa famiglia, quella umana. E per questo, Gaza e la sua realtà sono più vicine di quanto si pensi, perciò non bisogna girarsi dall’altra parte, ma ascoltare il “cyber-urlo di rabbia” di questa generazione di giovani che hanno voglia di cambiamento.
E mai come ora, in questi momenti in cui la pace è lontana e il conflitto torna a riaccendersi, è così fondamentale non dimenticare chi realmente paga il prezzo di tutta questa violenza.
Qui di seguito il manifesto GYPO. Leggetelo, parlatene, diffondetelo.

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà. Ci siamo rotti i coglioni di rimanere imbrigliati in questa guerra politica; ci siamo rotti i coglioni delle notti nere come il carbone con gli aerei che sorvolano le nostre case; siamo stomacati dall’uccisione di contadini innocenti nella buffer zone, colpevoli solo di stare lavorando le loro terre; ci siamo rotti i coglioni degli uomini barbuti che se ne vanno in giro con le loro armi abusando del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani colpevoli solo di manifestare per ciò in cui credono; ci siamo rotti i coglioni del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro Paese tenendoci ingabbiati in un pezzo di terra grande quanto un francobollo; e ci siamo rotti i coglioni di chi ci dipinge come terroristi, fanatici fatti in casa con le bombe in tasca e il maligno negli occhi; abbiamo le palle piene dell’indifferenza da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti in esprimere sconcerto e stilare risoluzioni, ma codardi nel mettere in pratica qualsiasi cosa su cui si trovino d’accordo; ci siamo rotti i coglioni di vivere una vita di merda, imprigionati dagli israeliani, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo. C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un’immensa insoddisfazione e frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo per canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e ridarci la speranza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso facendo tremare i nostri cuori per la frustrazione e la disperazione è stata quando il 30 Novembre gli uomini di Hamas sono intervenuti allo Sharek Youth Forum, un’organizzazione di giovani molto seguita con fucili, menzogne e violenza, buttando tutti i volontari fuori incarcerandoni alcuni, e proibendo allo Sharek di continuare a lavorare. Alcuni giorni dopo, alcuni dimostranti davanti alla sede dello Sharek sono stati picchiati, altri incarcerati. Stiamo davvero vivendo un incubo dentro un incubo. E’ difficile trovare le parole per descrivere le pressioni a cui siamo sottoposti. Siamo sopravvissuti a malapena all’Operazione Piombo Fuso, in cui Israele ci ha bombardati di brutto con molta efficacia, distruggendo migliaia di case e ancora più persone e sogni. Non si sono sbarazzati di Hamas, come speravano, ma ci hanno spaventati a morte per sempre, facendoci tutti ammalare di sindromi post-traumatiche visto che non avevamo nessuno posto dove rifugiarci. Siamo giovani dai cuori pesanti. Ci portiamo dentro una pesantezza così immensa che rende difficile anche solo godersi un tramonto. Come possiamo godere di un tramonto quando le nuvole dipingono l’orizzonte di nero e orribili ricordi del passato riaffiorano alla mente ogni volta che chiudiamo gli occhi? Sorridiamo per nascondere il dolore. Ridiamo per dimenticare la guerra. Teniamo alta la speranza per evitare di suicidarci qui e adesso. Durante la guerra abbiamo avuto la netta sensazione che Israele voglia cancellarci dalla faccia della Terra. Negli ultimi anni Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Siamo una generazione di giovani abituati ad affrontare i missili, a portare a termine la missione impossibile di vivere una vita normale e sana, a malapena tollerata da una enorme organizzazione che ha diffuso nella nostra società un cancro maligno, causando la distruzione e la morte di ogni cellula vivente, di ogni pensiero e sogno che si trovasse sulla sua strada, oltre che la paralisi della gente a causa del suo regime di terrore. Per non parlare della prigione in cui viviamo, una prigione giustificata e sostenuta da un paese cosiddetto democratico. La storia si ripete nel modo più crudele e non frega niente a nessuno. Abbiamo paura. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, perché dobbiamo soppesare con cautela ogni piccolo passo che facciamo, viviamo tra proibizioni di ogni tipo, non possiamo muoverci come vogliamo, né dire ciò che vogliamo, né fare ciò che vogliamo, a volte non possiamo neanche pensare ciò che vogliamo perché l’occupazione ci ha occupato il cervello e il cuore in modo così orribile che fa male e ci fa venire voglia di piangere lacrime infinite di frustrazione e rabbia! Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! DICIAMO BASTA! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace. E’ chiedere troppo? Siamo un movimento per la pace fatto dai giovani di Gaza e da chiunque altro li voglia sostenere e non si darà pace finché la verità su Gaza non venga fuori e tutti ne siano a conoscenza, in modo tale che il silenzio-assenso e l’indifferenza urlata non siano più accettabili. Questo è il manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento! Inizieremo con la distruzione dell’occupazione che ci circonda, ci libereremo da questo carcere mentale per riguadagnarci la nostra dignità e il rispetto di noi stessi. Andremo avanti a testa alta anche quando ci opporranno resistenza. Lavoreremo giorno e notte per cambiare le miserabili condizioni di vita in cui viviamo. Costruiremo sogni dove incontreremo muri. Speriamo solo che tu – sì, proprio tu che adesso stai leggendo questo manifesto!- ci supporterai. Per sapere come, per favore lasciate un messaggio o contattaci direttamente a freegazayouth@hotmail.com. Vogliamo essere liberi, vogliamo vivere, vogliamo la pace. LIBERTA’ PER I GIOVANI DI GAZA!

scritto da: Fabiana Aloisi 

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