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Tutti i nemici di JFK

La genesi dei sette secondi che squarciano il XX secolo americano tra fatti e immaginazione, in uno dei romanzi più abrasivi degli ultimi trent’anni.

 

Dallas: fondamentale snodo economico e metropolitano degli Stati Uniti centro-meridionali. Un rumore esplode, riempiendo la Dealey Plaza e poi smorzandosi, subito seguito da un altro. A distanza di pochi secondi un altro ancora, forse altri due. Il percorso della limousine presidenziale, che ha da poco svoltato in Elm Street, si interrompe, prima della corsa forsennata fino al Parkland Memorial Hospital. Istantanee impresse nel ”fuoco di mezzogiorno”: sangue sul ciglio erboso della strada, il frastuono del corteo al seguito del Presidente, i piccioni che si alzano in volo.
È il 22 novembre 1963, è il momento capace di cambiare irrimediabilmente il volto del Novecento americano – quello che alcuni hanno definito ”il punto di svolta nella coscienza collettiva del Paese” – è anche l’attimo in cui Don DeLillo decide di far convergere la struttura narrativa del suo Libra (1988), pazientemente edificata su un doppio binario continuamente alternato.
Da una parte l’autore (ri)costruisce sin dalla prima adolescenza la figura di Lee Harvey Oswald, personaggio tra i più enigmatici della storia recente: lo studio del marxismo, le esperienza militari, la diserzione e la fuga in Russia, il tentativo di suicidio e quello di omicidio di un generale dell’estrema destra, il matrimonio, i figli e il ritorno negli Stati Uniti tra fallimenti, ribellione e frustrazione.
Dall’altra parte troviamo Win Everett, ex alto funzionario della Cia pre-pensionato dopo la crisi missilistica e la disastrosa operazione della Baia dei Porci, che con alcuni colleghi dei servizi segreti e qualche esule cubano decide di organizzare un attentato a John Kennedy. Obiettivo della cospirazione è attentare alla politica del Presidente, non alla sua vita: i cecchini dovrebbero infatti mancare l’obiettivo, ferendo tutt’al più uno o due uomini della scorta. Condizione essenziale per la messa in atto del piano è la creazione e la partecipazione ad esso di un perfetto capro espiatorio, da far incarcerare ed eliminare subito dopo l’attentato. Nessuno si presta meglio di Oswald: marxista, filocastrista e unico membro della sezione di New Orleans del Fair Play for Cuba Committee, disertore del corpo dei marines, già attentatore alla vita del generale Walker. Al momento dell’attribuzione delle responsabilità per chiunque sarà automatico collegare Oswald ai servizi segreti cubani, mentre Kennedy si vedrà costretto a rallentare bruscamente il disgelo con l’Unione Sovietica e a pianificare un’operazione in grado di rovesciare Castro riportando definitivamente Cuba sotto il controllo statunitense.
Nell’alternare i momenti dedicati al protagonista e ai cospiratori, l’autore inserisce un personaggio che agisce a posteriori, estraneo alle dinamiche della storia. È Nicholas Branch, archivista della Cia sommerso da carte, ricostruzioni, testimonianze, statistiche, documenti, falsificazioni; pur non prendendo realmente parte ai fatti narrati, le sue brevissime apparizioni hanno il merito di gettare la luce della storia sui momenti più ordinari vissuti dai personaggi, suggerendo al lettore l’adozione di una visione più ampia. DeLillo stesso ha studiato per anni lo sterminato materiale d’archivio sull’accaduto – a cominciare dai 26 volumi del rapporto redatto dalla Commissione Warren, costituita allo scopo di far luce sull’assassinio di Kennedy – prima di intervenire sui fatti noti apportando alla storia gli elementi della propria narrativa, suggeriti da fantasia travolgente e da immaginazione apocalittica.

Il genio dello scrittore newyorkese si manifesta non solo nella fusione di elementi reali e fantastici, ma anche e soprattutto nella narrazione dei momenti comuni e quotidiani. Immergendo documenti accessibili a tutti in qualcosa di completamente nuovo – in massima parte frutto di invenzione o di ciò che sembra essere inspiegabile percezione – è riuscito a creare la voce interiore che ciascun personaggio avrebbe potuto utilizzare per descrivere le proprie azioni, da quelle ordinarie a quelle decisive.
Nella continua alternanza di piani narrativi trova modo di emergere sia uno scenario di politica internazionale ancora infiammabile nonostante le prove di disgelo tra Kennedy e Chruščёv, con Castro capace di risvegliare l’animo socialista dell’America Latina e di interpretare un ruolo strategico di primissimo piano, sia la cultura americana di massa – dalle marche ai tic linguistici – degli anni cinquanta e sessanta.
Quello di scrivere racconti brevi ”sulla vita americana contemporanea” è anche l’obiettivo di Oswald nei momenti più lucidi e sereni di un’esistenza turbolenta, scossa da pulsioni di anticonformismo e ribellione che lo portano a scegliere gli estremi e a misurarsi con dinamiche ben più grandi di lui, in un crescendo che finisce per coinvolgere la Cia, l’Fbi, il Kgb, la United Fruit e la grande industria, la mafia, i mercanti d’armi, il racket della prostituzione e del gioco d’azzardo.
Uno degli elementi portanti del romanzo e in qualche modo della narrativa di DeLillo è la tensione quasi disperata dei personaggi alla ricerca di un ordine col quale combattere la morte, il terrore e il caos da essa generati. Eppure i meccanismi della tragedia sono innescati, il pericolo è insondabile e imprevedibile; la sensazione è quella di essere di fronte a un countdown ormai avviato, di correre verso un’esplosione imminente e necessaria, in ogni caso ineludibile.
In Rumore Bianco, che precede di Libra di soli tre anni, l’autore scrive che ”Tutti i complotti tendono verso la morte. Questa è la natura stessa del complotto.’‘ È così anche nel caso di Lee H. Oswald e di John F. Kennedy, nonostante il piano non prevedesse un’uccisione, nonostante Lee apprezzi il Presidente, creda quasi di avere delle cose in comune con lui.
Due linee parallele, la vita di Oswald e quella di Kennedy. La terza linea è ”quella che interseca la casualità, attraversa il tempo. Non ha una storia che possiamo riconoscere o capire. Ma impone una congiunzione. Mette un uomo sulla strada del suo destino”.
In qualche modo tutto finisce per dipendere dal controllo che abbiamo, dall’equilibrio o dal disequilibrio, da dove finisce per pendere la bilancia.
In un’intervista rilasciata al New York Times nel 1988 ( http://www.nytimes.com/books/97/03/16/lifetimes/del-r-libra.html ) DeLillo sostiene testualmente che: ”L’assassinio di Kennedy è una storia riguardante il nostro incerto controllo sul mondo, una storia esplosa nella vita per mezzo di un uomo senza fissa dimora, che non ha potuto avere un controllo saldo delle cose e che non è riuscito ad afferrarle velocemente, segnato dalla solitudine e condotto dalla rabbia ad inventare un momento in grado di echeggiare lungo i decenni”.
L’autore riesce a far sì che la propria visione venga condivisa dal lettore, in fin dei conti sempre meno interessato all’evento fisico dell’assassinio del Presidente e all’enorme traccia lasciata nella storia moderna, attraendolo invece violentemente verso ciò che è sottostante e guidandolo fino allo scontro con l’inesplicabile attraverso una scrittura affilata, essenziale e illuminata da momenti di puro lirismo.

scritto da: Andrea Spaziani