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SERIGRAFIA, GIOVANI ARTISTI ED IL MERCATO

INTERVISTA A DARIO ILLARI, PROPRIETARIO DELLA JEALOUS GALLERY

 

Il mercato dell’arte contemporanea sta sperimentando un rinnovato interesse nelle ceramiche, nei disegni e nelle stampe. Dopo un certo periodo di oblio, queste tecniche sono oggi tornate all’attenzione del pubblico, anche a causa della generale rivalutazione del processo manifatturiero e dell’apporto personale dell’artista alla produzione di un’opera d’arte.
Al di là di ogni trend passeggero, nei due studi di Londra, la Jealous Gallery si concentra ormai da molti anni sulla produzione di serigrafie d’artista di altissima qualità. In relativamente poco tempo, la Jealous ha guadagnato il rispetto del pubblico e dei professionisti del settore, sia per la dedizione al mestiere, che per l’innovativo approccio collaborativo nel produrre le edizioni. A conferma di ciò, molte serigrafie prodotte negli studi della Jealous sono entrate a far parte delle collezioni di rinomate istituzioni, tra cui il V&A e la Tate Modern.
Il proprietario e direttore della Jealous Gallery, Dario Illari, ci parla di serigrafia, dello stato del mercato e dei giovani artisti al suo interno, e ci svela anche le ragioni del suo successo: un intuito per i nuovi talenti ed una buona dose di passione.

Come sei diventato “gallerista”? Qualcosa o qualcuno in particolare ti ha inspirato?
Dario: Credo che la Jealous sia nata dall’amore e dalla passione per il collezionismo di stampe. Per questo personale motivo con Matthew, mio caro amico ed esperto serigrafo, decidemmo di aprire uno studio/galleria di serigrafie a Crouch End.
Volevamo creare uno spazio nuovo, che esponesse e producesse stampe di giovani artisti contemporanei. Penso che la mia ispirazione, o farei meglio a dire il motivo primo di questo mio amore, siano le Brillo Boxes (1964) di Andy Warhol, un’opera che incorpora, nella sua semplicità e linearità, la complessità dell’estetica moderna. Un bellissimo, perfetto oggetto che tutt’ora mi fa emozionare e mi ricorda di cosa sia capace l’arte.

Quindi la Jealous lavora maggiormente con giovani artisti. In cos’altro differisce da una regolare galleria?
D: Il cuore della Jealous è in realtà lo studio serigrafico. Noi non ci limitiamo ad esporre arte, ma realizziamo ciò che esponiamo e quindi abbiamo un interesse molto più profondo nell’opera, ci crediamo di più, la sentiamo più vicina.
Adam Bridgland, artista rispettato ed affermato di suo, si è unito alla Jealous quando era agli inizi, e da lì ci è venuta l’idea del Premio Jealous: un premio pensato per laureati dei masters dei maggiori colleges di Londra1 che permetta ai vincitori di realizzare un’edizione limitata di stampe nel nostro studio, esporle nella galleria e nelle fiere d’arte a cui partecipiamo. Ci piace lavorare con giovani artisti emergenti, hanno un’energia ed un ottimismo che, se coltivati ed indirizzati, possono portare ad un valido e impressionante risultato.
Man mano che cresciamo in reputazione per l’alta qualità del nostro lavoro, attraiamo l’attenzione di diverse gallerie, istituzioni ed artisti affermati che vogliono produrre stampe con noi. Al momento, stiamo lavorando ad un’edizione per I Chapman Brothers. Per noi è un grande onore, nonché un segno che stiamo percorrendo la giusta via.

Chi è l’ultimo artista che avete preso a bordo?
D: La Jealous in realtà non rappresenta propriamente degli artisti, piuttosto lavoriamo con ognuno su progetti individuali.

In quanto la Jealous è più uno studio serigrafico che una semplice galleria commerciale, questo approccio sembra di gran lunga essere più coerente con la vostra filosofia. Chi è, dunque, l’ultimo artista con il quale avete sviluppato un progetto?
D: Abbiamo giusto appunto finito di lavorare con Fung Lam, compositore per la Filarmonica di Hong Kong. Gli abbiamo commissionato un brano musicale per celebrare il venticinquesimo anniversario della protesta studentesca in Piazza Tienanmen. Il brano è stato eseguito ad ART14, su uno stage costruito appositamente per l’occasione, che si richiamava all’estetica tipica dei Working men’s Clubs2: lo sfondo era composto da una cascata di ghirlande dorate ed era attraversato, sulla sommità, da un’insegna luminosa che recitava: “Let us Entertain you”. Fung Lam è originario di Hong Kong ed è ormai da un po’ che noi della Jealous lo conosciamo. L’idea per questo progetto, come d’altronde per la maggioranza dei nostri progetti, deriva dalla profonda fede nelle idee di base, nella loro validità ed integrità.

Abbiamo anche appena finito di collaborare con Jess Albran per un progetto meno pretenzioso: la sua personale tenutasi a Bristol, in una cripta del XIII secolo ricavata nelle antiche mura della città. Come parte dell’esibizione abbiamo prodotto delle stampe scultoree su vetro e l’abbiamo aiutata a curare l’intera mostra. Abbiamo lavorato nel rispetto e nella comprensione dell’ambiente circostante piuttosto che realizzare l’intero progetto sulla sua base. Per far ciò abbiamo deciso di concentrarci sui dettagli dei singoli elementi utilizzati per produrre le opere, lasciando che fossero questi stessi a “parlare”, a trasmettere il messaggio.

Fare più cose contemporaneamente deve essere il vostro forte, infatti, come hai accennato, organizzate anche il Jealous Prize, che ormai va avanti da ben cinque anni. Puoi dire qualcosa di più in proposito?
D: Certo. Come ho precedentemente affermato, questo premio è molto importante per noi, dal momento che viene assegnato in un momento delicato nella carriera degli artisti, il punto in cui completano il percorso educativo e si affacciano sul mercato, per affermarsi quale lavoratori. Moltissimi artisti abbandonano la loro carriera proprio in questo periodo.
Lavoriamo direttamente con i neo-laureati nel nostro studio non solo per far sì che espongano la loro prima edizione, ma anche per far loro intendere tale edizione, ed ogni eventuale replica ha una propria, singolare identità ed una precisa posizione e rilevanza nella loro pratica artistica.
La produzione di stampe ha anche una più diretta ed immediata associazione con il lato economico dell’arte, ed è proprio questo inserimento nel mercato che è sempre mancato durante la loro educazione. Perché possano portare avanti la loro pratica artistica devono riconoscere la presenza essenziale dell’elemento commerciale. Una parte della nostra collaborazione con i giovani artisti consiste proprio nel renderli consapevoli di tale presenza.
Da quest’anno le edizione prodotte dal Jaelous Prize sono entrate a far parte del Victoria & Albert museum, il che ci dà grandissima gioia, come d’altronde la possibilità di presentare il premio alla Saatchi Gallery.

La recente mostra della Jealous, Flowers for your Darlings, ha nuovamente coinvolto neo-laureati e studenti dei masters. Ironicamente il panorama contemporaneo offre molte più possibilità di essere “scoperti” ai giovani – attraverso borse di studio, premi, fondi – di quante ne offra ad artisti a metà carriera.
D: Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento nei gusti del pubblico, dal moderno al contemporaneo. Sempre più collezionisti scelgono nuovi artisti. Collezionisti, gallerie e case d’asta cercano opere che riflettano il presente, le immediate circostanze. È idea comune che questi giovani artisti rispondano e reagiscano meglio alle circostanze presenti. Anche se in una certa misura ciò è vero, non possiamo affermalo con sicurezza, dal momento che il presente è in continua evoluzione.
Inoltre il collezionismo d’arte non è più “elitario” da quando la street art è anch’essa battuta all’asta ed i lavori di illustratori e designers sono esibiti nei musei assieme ai prodotti delle più classiche belle arti. È anche vero che molti nuovi collezionisti non ricercano a fondo e non approfondiscono la storia dell’arte, bensì trattano la loro collezione come chiunque tratterebbe un semplice bene di consumo. Il fatto che gli artisti propriamente detti spesso collaborino con designers ha anche contribuito a far sfumare ogni netta distinzione.

Tuttavia gli artisti emergenti, in confronto a quelli affermati rappresentano un investimento rischioso. Alcune volte il loro talento sboccia e lo stile si evolve, altre non si sviluppa affatto. È l’emozione di essere parte di queste dinamiche che ti inspira, ti fa crescere a tua volta e ritorna a farti scommettere sulle giovani promesse dell’arte?
D: La Jealous, in qualità di studio serigrafico ed editore, ha bisogno di un’entrata fissa per pagare i conti e finanziare i vari progetti. Ormai sono nel giro da abbastanza tempo da non confondere una stampa che avrà successo sul mercato con una buona stampa: non sono, infatti, necessariamente la stessa cosa. Se riesci a fare la distinzione tra le due potrai avere un business che funziona e che mantenga, allo stesso tempo, il suo legittimo ethos. Dal momento che gli artisti più giovani ancora sperimentano e sono alla ricerca di un linguaggio proprio, gran parte del loro lavoro può essere derivativo, di tendenza o può addirittura trattarsi di un’ottima idea eseguita in malo modo. A dire il vero, tra le produzioni degli artisti in erba, è piuttosto raro vederne una che sia coerente, ponderata a fondo, ben prodotta e soprattutto che riveli la piena coscienza di quello che l’artista intenda esprimere.
In ogni caso, il rapporto con l’artista rimane sempre di primaria importanza per noi. Non siamo la classica “fabbrica di salsicce” che produce edizioni a catena. Abbiamo bisogno in primo luogo di stabilire una rapporto di fiducia reciproca con i nostri artisti. Dobbiamo andare d’accordo nel vero e proprio senso della parola. In quanto editori, dobbiamo credere nel lavoro che contribuiamo a produrre. Quando prendiamo parte alle fiere d’arte, siamo per una “vendita morbida”, tutto ciò che possiamo fare è dire la verità: perché un preciso artista ci ha impressionato, dove ha studiato, cosa comporta la sua pratica, su cosa si basa il suo lavoro e come è stato realizzato; a quali mostre ha preso parte, come’ è realmente, come persona ecc… Solo se sei genuino, solo allora puoi avere una conversazione autentica a proposito del lavoro di quell’artista.

Hai appena menzionato il fatto che molte gallerie siano alla continua ricerca di “sangue fresco”. Al momento nel mercato dell’arte c’è una certa euforia: dopo l’esplosione della bolla speculativa e la conseguente crisi del 2008, oggi molte persone sono tornate ad investire nuovamente nell’arte, come mai prima d’ora. I prezzi da record talvolta non sono altro che una forma estrema di classificazione, indice in realtà solamente di un trend passeggero.
In che misura ritieni che la frenesia della vendite e la promozione di mode effimere pesi sulla carriera degli artisti che si affacciano sul mercato? La possibilità di arrivare velocemente all’apice può essere un fattore positivo, ma può anche rappresentare il rischio di essere tritati dal meccanismo economico.
D: È certamente sbagliato pensare all’l’intero mercato dell’arte in maniera univoca, tuttavia c’è, ad esempio, un tipo di collezionismo che considera un’edizione di scarso valore se non vende immediatamente. Se un’artista non ha una mostra i cui lavori vadano sold-out, allora quei lavori non sono interessanti. Ci sono artisti le cui stampe ad edizione limitata raggiungo un alto prezzo, eppure gli originali si vendono a poco e viceversa.
L’eccesiva promozione dei giovani talenti può influenzare in maniera negativa la loro carriera a lungo termine. I galleristi non spendono più tanto tempo a coltivare la carriera dei loro artisti, non li aiutano più tanto a crescere, non come facevano una volta. Infatti, molte gallerie oggigiorno “rappresentano” solamente gli artisti, li portano alle fiere per testare come vanno. Il rapporto artista-gallerista ormai è solo di rado forte e personale, più che altro si tratta di un rapporto transitorio, dove ognuno punta ad ottenere dall’altro il successo immediato. Purtroppo questa è una conseguenza del fatto che l’arte sia sempre più vista come un mero bene di consumo e sia marcata come un oggetto ben definito, simile ai molti prodotti di lusso sul mercato. Gli artisti più giovani sono consapevoli di ciò e preferiscono di gran lunga sforzarsi per guadagnare l’attenzione – e poi il rispetto – di un pubblico fedele e ben informato.

Durante la nostra ultima intervista hai ammesso di essere divertito nel vedere la sorpresa sul volto di ricchi collezionisti in cerca della stampa originale, nel momento in cui scoprono che, in realtà, le stampe non hanno un originale.
Forse, per evitare che il mercato dell’arte costituisca un problema ed utilizzare al meglio, invece, ciò che ha da offrire, bisogna solo essere un commerciante un po’ più cauto e scrupoloso?
D: Come ho già detto, i collezionisti comprano per ragioni differenti. Dal momento che il collezionismo d’arte sta diventando sempre più un comune hobby, un passatempo, oppure un investimento, certamente non tutti i collezionisti sono informati come dovrebbero. In più, diversamente dagli altri mercati, la produzione di arte valida non risponde alla domanda dei consumatori. Ciò che la domanda produce è, al massimo, un nuovo tipo di galleria “cool” che presenta le ultimissime tendenze e mostra dei lavori che sono prodotto piuttosto che arte. Con ciò intendo dire che non è quel tipo di arte che risponde alle circostanze con una propria voce, piuttosto è quell’ “arte” che mima l’impegno nel contesto e perciò diventa una copia dell’arte, un prodotto stilizzato, senza vitalità o scopo e senza il vero impegno morale che dovrebbe, al contrario, essere manifesto. In breve, non è “la vera cosa”.

Dopo il boom iniziale, dagli anni ‘80 in poi le stampe sono sempre state considerate come un medium di “seconda categoria”, se comparate alla pittura. Adesso, al contrario, stanno vivendo un nuovo periodo d’oro: ancora una volta le stampe sono sinonimo di “glamour”. Cosa ha causato l’inversione del gusto?
D: Nonostante collezionare stampe non sia ma passato di moda, almeno non del tutto, credo ci sia sempre stato – e sempre ci sarà – un solido gruppetto di collezionisti che riconoscono l’importanza fondamentale giocata dalle stampe sul mercato. A volte ciò che cambia è semplicemente il gusto per certe minuzie. Così, per esempio, stampe piccoline incorniciate e protette da un vetro divengono il “look del momento”.
Io credo fermamente che le stampe, all’opposto dei più glorificati cugini, “gli Originali”, diano più dettagli e narrino in maniera più completa la storia dell’artista. E molte volte è proprio la scelta del medium che ci racconta le storie degli artisti. Dall’estesa serie “Omaggio al Quadrato” di Albers, alle numerose stampe di Mirò, Holbein il Giovane, Durer, Rembrant e Hogarth, fino a Matisse, Picasso, Warhol, Hirst e Banksy, le stampe non solo ci rivelano ciò cui l’artista era interessato, ma rispecchiano i desideri nostri e del nostro tempo, in maniera molto più completa di quanto non facciano i cosiddetti capolavori. Dai primi intagli alle moderne stampanti inkjet, attraverso le stampe possiamo tracciare l’evoluzione del nostro rapporto con l’arte, dapprima opera decorativa e poi medium che sprona al cambiamento e rivela i valori effimeri.
Un’altra ragione di questo “rinascimento” è il mercato, il desiderio di possedere un’opera d’arte. Le stampe offrono la possibilità, più democratica ed economica, di comperare l’opera di un’artista il cui originale sarebbe altrimenti al di fuori della portata del pubblico generale. Da un punto di vista che considera l’arte quale investimento, molte persone hanno anche notato che le stampe di artisti affermati possono, in un tempo molto breve, valere molte volte di più il prezzo originale.
Inoltre, dobbiamo anche ricordarci che a causa del continuo, globale accesso all’informazione sul web, molte persone sono oggi in grado di riconoscere gli “Spot Paintings” di Damien Hirst, un disegno di Tracey Emin o un murales di Banksy e riconoscere tutti questi lavori nelle stampe che decorano le case di amici. Alcuni collezionisti vedono le proprie opere come un trofeo duramente conquistato. Possedere dei pezzi d’arte non è più solamente un simbolo di benessere economico, sta diventando sempre più un indice di cultura della nuova generazione, un modo di sfoggiare il buon gusto.

Non posso che essere d’accordo. Cosa ha portato te, invece, ad interessarti alle stampe? Quale particolare ne apprezzi di più?
D: In realtà, tutto è cominciato da un breve corso di serigrafia cui ho partecipato anni ed anni fa. Il resto è storia, come dicono.
In maniera molto semplicistica, ciò che apprezzo di più nelle stampe è la maniera in cui il colore si fonde con il foglio, l’estetica delle serigrafie. Si può notare una brillantezza, una vivacità ancora del tutto ignota alle stampe digitali. Nello studio della Jelous passiamo molto tempo a discutere di come certi inchiostri reagiscano a carte differenti e di come raggiungere un determinato risultato.
Apprezzo molto anche la relazione delle persone all’interno di uno studio serigrafico. L’ego viene lasciato alla porta: l’artista, la galleria e lo studio si impegnano tutti per raggiungere lo stesso risultato. Lavoriamo assieme per ottenere il miglior risultato possibile.
Inoltre, mi piace il processo serigrafico in sé. Mi piace l’idea di una perfetta, intenzionale creazione ripetuta un certo numero di volte. Mi piace il fatto che non ci si possa nascondere dietro il lavoro finito, intendendo con ciò che la registrazione della matrice è perfetta o non lo è affatto, i colori sono perfettamente abbinati oppure no; gli elementi devono essere azzeccati e lavorare bene assieme: ci deve essere un perfetto bilanciamento visivo. La serigrafia è un tipo di arte che in gran parte riguarda la comprensione e la padronanza del medium, una cosa che si conquista solo con l’esperienza. Siamo uno studio molto innovativo, cerchiamo sempre di migliorare e crescere.

Certamente, per lavorare in tal modo, c’è bisogno di sviluppare una relazione molto stretta e con l’artista.
D: Decisamente: avere un ottimo rapporto con l’artista con il quale si sta lavorando è la chiave. Rispetto e franchezza non possono venir meno. Se sia l’artista che il serigrafo sono a proprio agio e vanno d’accordo l’uno con l’altro, allora daranno ascolto l’uno ai consigli dell’altro e saranno contenti di esprimere le proprie idee, scevri da ogni timore; con un simile dialogo il lavoro procederà in maniera più positiva.
Voglio il meglio per gli artisti con cui lavoro. Voglio che vendano le loro stampe e tornino a lavorare con noi. Voglio che sentano che li abbiamo aiutati con la loro pratica artistica e che l’esperienza nel nostro studio sia stata positiva.

Grazie Dario, fa sempre piacere parlare con persone inspirate.

 

scritto da: Caterina Berardi