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Bali – L’eterna primavera

Bali è uno di quei nomi che ti entrano in testa da bambino e da cui difficilmente riesci a liberarti. Esistono parole dal suono evocativo, che istigano l’immaginazione a voli molto più avventurosi del viaggio stesso. Nomi che contengono i semi della voglia di scoperta, dell’esotismo, del mistero. Nella mia mente Bali è sempre stato il profumo delle foreste vergini, gli scorci di spiagge abbaglianti, la luce limpida disegnata da un sole caldo su un cielo sempre azzurro. E una rara qualità di cacao puro, il sapore dolce di frutti tropicali dalle forme dadaistiche, i ritmi avvolgenti di danze d’Oriente, con indubbie commistioni spiritualistiche, a volte animistiche. Ascoltavo Battiato, e mi chiedevo come danzassero le Balinesi nei giorni di festa. Sacro e profano, due facce dello stesso inafferrabile oggetto del desiderio, di cui la mia fantasia aveva già disegnato i contorni.
Come Bora Bora, Timbuktu, Ulan Bator e tanti altri luoghi, Bali l’avevo già visitata decine di volte prima di metterci piede, senza sapere bene dove fosse. Ma a volte i pensieri riescono a prendere forma. Circa un anno e mezzo fa mi sono ritrovato a vivere nella capitale dell’Indonesia per qualche mese. Jakarta è un’ottima base per partire alla scoperta del sud est asiatico, ma ancor di più, ovviamente, per girare questa nazione arcipelago sparsa su oltre 17mila isole, molte delle quali abitate da esseri viventi che hanno una menzione d’onore tra le specie a rischio estinzione.foto di Luca Paolo Virgilio
Bali è la meta più glamour d’Indonesia, l’abituale sweet escape della comunità expat, e uno dei maggiori centri culturali del Paese. È anche la palestra preferita di migliaia di aspiranti surfisti per via delle onde che agitano senza tregua le sue spiagge più famose, Kuta e Sanur. E qui, senza passare da Jakarta, si riversano carovane di turisti soprattutto dal nord Europa e dall’Australia. Bali sa essere chic ma anche radical – e in questa seconda veste è decisamente migliore. Bali è anche il mio primo “passaggio” in solitaria, una toccata e fuga di pochi giorni, che nel sacrificare una conoscenza esaustiva dell’isola, ha il merito di lasciarmi ancora appetito quando riparto.
Dunque Bali, io, e Ari, il mio nuovo autista, ingaggiato per il trasferimento dall’aeroporto e mai più mollato. Avrò modo di capire che ha gusto e intuito, se non in fatto di spiagge, di certo quando decide di svelarmi templi invisibili. Avrò anche modo di conoscere la sua famiglia e vedere la casa che si è costruito da sé. A me, che pago le sue giornate di lavoro, Ari presenta i suoi bambini e offre una pausa di caffelatte e croccante di riso; gli ingredienti provengono tutti dai campi di famiglia.
Pernotto a Ubud, capoluogo e centro storico-culturale dell’isola, mentre i turisti sbiaditi dall’inverno europeo che cuociono al sole di Kuta, e l’Hard Rock Café, sono a distanza di sicurezza. Il mio hotel è letteralmente immerso in un piccolo avamposto di giungla tropicale; per chi non conosce il verso dei gechi locali – una versione extralarge delle simpatiche lucertoline nostrane – può avere un’atmosfera un po’ sinistra, specialmente di notte. Però ci si abitua. E tuffarsi all’alba in una piscina deserta, l’aria ancora fresca, di fronte una vista che si perde oltre i confini della foresta pluviale, fa dimenticare in fretta ogni fobia.
Può sembrare strano – e forse non lo è – ma Bali assomiglia molto a come la immaginavo. Ci sono le foreste di tek, i frutti tropicali e il cacao pregiato, ci sono le tradizionali danze che in una commistione continua di coreografie e suoni di strumenti “poveri”, raccontano lotte senza tempo tra il bene e il male. La luce del giorno è incredibilmente limpida, e finalmente ritrovo il colore del cielo, dopo mesi a boccheggiare in quel torbido grigiume che avvolge Jakarta.
Gli occhi qui trovano il loro Eden. È come passare da 8 a 32 bit sul monitor di un PC. I colori sono vividi e contrastati, l’arcobaleno è spesso a portata di mano, dalle offerte divinatorie sugli altari alle stoffe e i greens del mercato di Ubud. Le risaie terrazzate brillano di un verde scintillante, la luce è accecante e si riflette nell’acqua che scorre dentro e attorno ai campi, quella in cui, appena cala il sole, si fanno il bagno intere famiglie di contadini stagionali. Si accampano lungo la strada sotto tende improvvisate, fatte di pali di legno e teli di plastica, dove dormono in cinque, sei e forse più, anche per tre mesi. Il ciclo del riso. Arrivano dalle isole vicine, ma anche da Sumatra, quasi 1000 km a nord. Non so perché, ho la sensazione che quell’acqua sia pulita. Così come le persone che ci si lavano.foto di Luca Paolo Virgilio
Bali è prima di tutto il regno della natura. È un’isola rigogliosa, l’immagine stessa della fertilità; prima inondata di piogge, poi riempita di sole. Con gli stessi ritmi, da sempre. È l’anima hindu dell’Indonesia, un’unicità che si rintraccia nell’assenza di donne velate e nella serenità innata dei suoi abitanti. Non ho difficoltà a immaginare la mitica aquila Garuda, simbolo nazionale e divinità induista, che nidifica tra le cime del vulcano Bratan.
Bali è natura al suo massimo splendore: la sua eterna giovinezza, una perenne primavera. Montagne che mi fanno riassaggiare il fresco, sommerse di vegetazione tropicale; promontori rocciosi a strapiombo su un mare inquieto; fiori che galleggiano nelle acque sacre delle abluzioni rituali. E le scimmie che imperversano dappertutto, dispettose e geniali nell’imbastire vendette meditate sul turista-molestatore di turno.
Ma anche l’intervento dell’uomo è stato, almeno in passato, piuttosto elegante: le sue mani hanno ricamato le splendide porte sacre, scolpito divinità di rara suggestione, eretto templi a picco sull’oceano. Bali è troppo bella per essere vera. È la vita in tutti i suoi colori. Perfino l’aperitivo è una poesia. A Jimbaran, quando il sole tramonta, i bambini che giocano in acqua diventano ombre, per poi scomparire dietro i fumi dei ristoranti che fanno da cornice alla spiaggia – capanne di legno dal fascino discreto, che pubblicizzano, ognuna, il miglior pesce alla griglia dell’isola.
Quando voglio visitare un ultimo tempio, Ari mi sconsiglia quello che avevo in mente, dice di conoscerne uno più bello. Sono perplesso ma non voglio insistere. quando mi scarica, lascio la strada principale scendendo scalini di pietra. All’improvviso sono proiettato in un altro mondo, un luogo magico di rovine su cui la natura ha avuto il sopravvento; incastonato nella roccia, ovunque foresta pluviale. Devo ammettere che lo scenario è bellissimo. Il tempio invece è quasi insignificante. Vedo delle scale che vanno ancora più giù. Mentre scendo, delle voci si fanno più vicine, poi vedo l’acqua, poi i bambini, le donne, i vecchi e i meno vecchi. Una dozzina di persone – forse solo due o tre famiglie – che fanno il bagno nude, rito collettivo quotidiano, e che alla mia vista mi invitano con gentilezza a entrare in acqua. La cosa mi emoziona non poco; poi penso ad Ari che mi aspetta, forse qualche stupido residuo di pudore infantile, fatto sta che ringrazio ma declino, e dopo aver fatto qualche scatto sfocato, saluto e mi arrampico per le scale. Sono un po’ deluso, forse non sono ancora del tutto pronto ad affrontare da solo il viaggio della vita. Ma il fascino dell’Oriente è folgorante, riflesso nelle tante anime di un Paese che amo e di cui sento forte il richiamo. Questa storia è ancora tutta da scrivere.



Written by: Luca Paolo Virgilio
Pictures by: Luca Paolo Virgilio.

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