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La bellezza della luce

Una mostra per fare due passi nella Roma del seicento.

 

Non sarà di certo la presenza di un solo dipinto del Caravaggio a farci uscire insoddisfatti dalle sale di Palazzo Venezia, anzi.

Sarà esplorato il terreno fertile seicentesco in un’alternanza di opere che oscillano tra ciò che resta dell’influenza tardo-manierista, il barocco, e l’ispirazione che il Merisi diede agli artisti del suo tempo, colpendo nel segno con una luce che sembra urlare allo spettatore un crudo senso di realtà che matura in opere chiaramente eccellenti.

L’infallibilità di questa fatidica luce, di cui necessariamente si sente parlare quando tra gli argomenti contemplati c’é il pittore maledetto, Caravaggio, é senz’altro l’attrice principale di questa mostra, che proseguirà fino al 5 febbraio.

E con la luce, la vera realtà. Nulla a che vedere con quella del realismo, malinconica e interprete della vita dura che trova spazio nella descrizione di un volto. Questa é realtà liberata da ogni epiteto, servita a freddo.

“Roma al tempo di Caravaggio”, il titolo stesso ci fa intuire il dominio di tutto ciò che a Roma, culla e mercato aperto dell’arte agli inizi del ‘600, era protagonista delle scene artistiche nel periodo in cui anche Michelangelo Merisi seguitava lavorando.

Dunque nessuna promessa viene infranta nella proposta di una sola tela del Maestro.

E’ lei: La Madonna di Loreto. Di una bellezza immensa e messa a confronto con l’omonima opera del Carracci, Annibale. Soggetti uguali, un solo anno di distanza tra un’opera e l’altra (1604 la prima, 1605 la seconda), ma intenti contrastanti aprono le danze, indirizzando il senso della mostra, alle altre centotrentotto opere, di cui molte restaurate e riportate ad una vita nuova proprio per l’occasione.

Con l’anno Santo, nel 1600, Roma é palcoscenico di voli pindarici della pittura. Gli artisti ricevono commissioni da ogni dove in Città, la tensione concorrenziale é vertiginosa, e fioriscono quadri che superano qualunque intenzione lasciando lo spettatore a bocca aperta nel percorso di questa esposizione.

Orazio e Artemisia Gentileschi, Carlo Saraceni, Orazio Borgianni, Gerard van Honthorst, Simon Vouet e tanti altri, italiani e d’oltralpe, i geni d’ispirazione caravaggesca che ci stupiranno con la loro arte.

Oserei dire artisti della luce, non a voler limitare il loro raggio d’azione, ma a voler sottolineare la maestria e la sfrontatezza di cui, questi interpreti del XVII secolo, si servirono per giocare con essa.

Di pari passo a questi provocatori saranno presentati discepoli del Carracci, riformati toscani e pupilli del papato (in ordine di scuola: Domenichino, Guido Reni; Passignano; Baglione e altri ancora).

Sala dopo sala dunque, non sono certo tutti uguali i bagliori resi col pennello. Stupirà l’effetto “torcia” dell’arte “maledetta” che determinerà le distanze prese da quella “carraccesca”, dove al contrario la luce ha un senso di universalità eterea, proveniente da nessun dove. Per il resto la vista sarà saziata dalla luce fredda e tagliente dal Passignano in Cristo nel sepolcro o quella perlata e intensa della Sacra famiglia con angeli del Pomarancio, per citarne due.

Tanta commozione per l’ “aulicità” resa dai maestri, ma tanti complimenti anche a Pier Luigi Pizzi per l’allestimento. L’eleganza delle sale e delle gallerie si accorda perfettamente a ciò che ci viene presentato. Le innumerevoli pale d’altare sono state sistemate sopra altari in similmarmo (compensato e gesso a ricreare l’effetto) per inserirle in un ambiente a loro familiare. Un allestimento che accompagna sotto voce queste perle artistiche, senza nessuna pretesa.

Written by: Andrea