neonzine

Intimo é il superlativo assoluto di interiore.

Varanasi, il punto di arrivo.

Per gli induisti é la Città. Quella sacra, che giace sulla riva occidentale del Ganga, il fiume che scorre dalla corona dei capelli arruffati di Shiva, la divinità più importante tra quelle del Pantheon indiano.
Varanasi, Kashi, Benares o Banaras é abitata da circa 4000 anni, é la più antica città vivente al mondo. Qui si può sfuggire al samsara, l’eterno rincorrersi di vita e morte, e lavarsi dei propri peccati nelle acque sacre.
Non esistono strade vere e proprie in questo non luogo che sembra sospeso tra mito e realtà. Solo viali scarsamente asfaltati e affollati da carri, scimmie, mucche e persone, e cunicoli stretti e bui, e templi, milioni di templi e luoghi di preghiera gremiti di fedeli. I mercanti vendono candele di burro e fiori da disseminare nell’acqua con aggrappata una preghiera, collane di legno di sandalo profumatissime, incensi, catene di fiori e taniche di plastica per chi vuole portare via con sé dell’acqua sacra, così da poterla bere un attimo prima di raggiungere l’ultima tappa: la morte.
Purtroppo le vibrazioni che si percepiscono anche solo stando fermi ad osservare la grandine di gente che ti passa davanti, a captare gli odori che si sentono, i sussurri delle preghiere, nulla di tutto ciò potrebbe essere descritto attraverso le parole, anche le più semplici.
Per assaporare l’intensità dell’atmosfera di questo posto bisogna arrivarci. Ed é la meta che più spassionatamente posso consigliare di visitare a chi ha voglia di farsi stregare dal fascino di quella meravigliosa terra, ricca di tesori, che é l’India.
Ogni giorno autobus carichi di bambini, uomini e donne di tutte le età arrivano a Banaras da tutto il Paese. Specialmente le persone più anziane, quelle che si avvicinano alla morte e che non sono ancora mai andate a toccare con mano ciò che per tutta la vita hanno sognato di vivere.
Come la Mecca per i mussulmani, questo per gli induisti é il punto di arrivo. Luogo dove ogni induista desidererebbe venissero sparse le proprie ceneri, dove le donne di ogni età si piegano in due per lavare le proprie vesti e i sari, dove gli uomini si immergono e si lavano strofinandosi via di dosso lo “sporco” per ottenere il perdono dei peccati. Dove le luci imbandiscono un aere unico al mondo, atmosfera d’altri tempi.
I ghat, ecco cosa racchiude il senso di Varanasi. Scalinate di pietra che si immergono fin dentro il Gange, ce ne sono più di novanta e sono sempre affollatissime. Non solo gente che prega. C’é chi medita, chi legge, chi osserva l’orizzonte, chi si ferma un attimo a pensare. Varanasi
E di sera, al tramonto, l’inizio delle cerimonie. I fedeli si riuniscono rivolti verso il fiume di fronte a bramini che inneggiano canti sacri e preghiere. Incensi, fuochi, candele, oli e il cielo si riempie di un fumo che sa di India, perché non c’é altra descrizione possibile per quell’odore intenso e incisivo, che ti sentirai addosso per sempre. La cerimonia si può seguire da riva, ma ancor meglio é farsi guidare a bordo di una delle tante barchette, quasi fatiscenti, lungo il Ganga. Intere famiglie la seguono da qui, con gli sguardi attenti e commossi, gli occhi in estasi, e senti dentro che c’é qualcosa che va al di là, una fede innata e intatta che viaggia al di sopra di ogni credenza fondata o meno.
Con la barca ci si può avvicinare ad uno dei crematori. Spargere le proprie ceneri nel Gange é la massima delle attese per un induista. Il rito che ha inizio alla morte di un uomo indiano ha un fascino e una metodica irreali.
La famiglia avvolge il corpo del defunto in metri e metri di seta arancione e dispone il corpo su una portantina per farlo scivolare sui gradoni del ghat ed immergerlo nel fiume. Lasciandolo lì a beneficiare dell’acqua pura, si ha il tempo per andare a comprare un’ innumerabile quantità di ceppi di legno di sandalo, molto caro ed estremamente speziato, specie se arso dal fuoco. Molte famiglie non possono permettersi tanta legna quanta ne occorrerebbe affinché il corpo arda interamente, e alcune parti del corpo, avvolte nella seta, vengono lasciate morire nel Gange non cremate. Nel resto dei casi, ciò che rimane, cenere, viene fatto sciogliere nell’acqua.
Assistere a tutto questo, immersi in un silenzio fitto e cupo, col rosso vivo del fuoco che colora lo specchio notturno di placida corrente, vedere gli uomini della famiglia che sollevano la lettiga e, facendone un fagotto, trasportano il corpo nella bocca del rogo che lentamente, sotto le stelle, lo divora nel più sereno dei modi, bé.. Sono immagini che difficilmente si possono dimenticare. E’ una sorta di intimo misticismo dal quale non verrai mai a capo se comincerai a chiederti il perché di tanta forza, e spiritualità diffusa.
Ganga, figlia del re della montagna, Himavan, purificava tutto ciò che toccava, e nel rito della mattina, quando le prime luci dell’alba fanno d’oro il corso d’acqua, tutti si immergono per prendersi la loro fetta purificazione.
Alle 4.30 del mattino arrivi sulla riva, c’é un’opacità soffusa, diversa dalla nebbia gelida e soffocante, è come se si trattasse di una patina argentea che rende questo luogo sospeso in un tempo ancora diverso da come lo si ricorda la sera prima. Ora é cangiante. Alle spalle di questa sottile tenda di umidità, si intravede un sole ancora troppo acerbo per sorgere.
A dispetto di questi colori tenui e pacati, le vesti di uomini, donne e bambini hanno le sfumature dell’arcobaleno. Sembra un presepio di giorno affollato da quelli che sono i colori che chiunque immagina immaginando l’India. Bambini si lavano i denti, donne sbattono le lenzuola appena lavate, uomini si strofinano le chiome, e al di sopra dei gradini si tengono lezioni di yoga. Una sensazione di felice tranquillità estesa aleggia nell’aria.
E poi ecco l’alba. Il sole dorato si fa strada sull’acqua dal colore indeciso, riprende lo scintillio delle candele al burro che galleggiano.
E’ quella dedizione totale ad un valore eccelso. Sono i sapori, le luci, le speranze e le storie di vite che hanno viaggiato tanto per arrivare  fin qua, dove la cultura indiana raggiunge l’apice di sé stessa e ritrova in essa il proprio espediente. È proprio qui che gli animi riescono a sprigionare un’energia palpabile.
Nessun altro spicchio di mondo riesce ad essere tanto intimo quanto questo.

Written by: Andrea