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Shame

Incentrato sul tema della dipendenza dal sesso, Shame, vede il ritorno al cinema dell’acclamato artista inglese Steve McQueen (questo Steve espone solo nelle Biennali d’Arte, non è uno dei Magnifici Sette) dopo il suo esordio con Hunger. Il protagonista della pellicola, Michael Fassbender, trova un ruolo dalle grandi potenzialità che gli è valso la Coppa Volpi a Venezia e i sentiti complimenti per la scena di nudo frontale da parte di George Clooney ai Golden Globe 2012.
Brandon (Fassbender) è un uomo d’affari trentacinquenne che vive in un appartamento a New York. Situazione agiata e apparentemente perfetta. La difficoltà a controllare le sue continue pulsioni sessuali sfoga in incontri occasionali e continue masturbazioni, che vanno parallele ad una vita solitaria e quasi apatica. L’arrivo in città della sorella minore, la minuta Sissy (Carey Mullighan), non riesce a placarlo, nonostante riesca a strappargli anche una lacrima d’emozione grazie a un’interpretazione rivisitata di “New York, New York“. Il successivo incontro con una collega di lavoro pone in lui ulteriore negatività, così il disturbo dell’uomo continua inesorabile conducendolo a pratiche sessuali ancora più “estreme” ed a un distacco ormai completo dalla realtà segnato da una solitudine voluta e desiderata.
In bilico tra un racconto moderno sulle relazioni e una descrizione sulla miseria del protagonista, Shame racconta una storia sicuramente vera, disperata, che sconta alcune facilonerie, come la tipica sorella lagnosa che porta solo problemi, e scene di sesso pompate dalle musiche di Bach (suonate da Glenn Gould) che diventano inevitabilmente di una retoricità e un manierismo pari a quelle di un film epico.
Lo spettatore incontra il protagonista nel suo viaggio verso la sofferenza più acuta, senza conoscerne il percorso di vita precedente. Non ci vengono offerte grosse occasioni di speranza per Brandon, per il quale si intuisce una certa ma rara volontà di uscire dai suoi problemi, le cui conseguenze sono le inevitabili difficoltà sul lavoro, con la sorella e con l’approcciarsi a una normale e serena relazione sentimentale. La sua appare come una condizione tristemente segnata, così come quella di Sissy.
Oltre al racconto della patologia, Shame rappresenta una riflessione più generale sulle connessioni odierne, sulla esistenza quasi vana di un amore dettato dall’amore, sulla incomunicabilità come abitudine sociale, sulle solitudini, in una New York mai così “londinese”, quasi ignorata nella sua varia bellezza dai personaggi (ma anche volutamente dal regista) e assimilabile a qualsiasi altra metropoli moderna. Shame? Per chi? Le relazioni viste con un approccio crudo, quasi oscuro, che mostrano lievemente e sommessamente come Brandon, ovvero chi dovrebbe vergognarsi (?), possa essere anche più coerente e stimabile di un qualsiasi capoufficio padre di famiglia.

Written by: Giancarlo Curio