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Film review: Le nevi del Kilimangiaro

Una donna si siede in un bar, il barista le chiede cosa prende, “qualcosa di forte” dice lei. “Per cos’è?”, chiede di nuovo lui. E lei: “Fa differenza?” “Certo che la fa. Questioni di cuore?”. Lei: “No, è qualcosa di più complesso, è la vita”. E il cameriere-filosofo le porta quello che ci vuole, lei apprezza e torna a sorridere. Questa scena probabilmente racchiude tutto il significato di un film forte ma delicato, che ci racconta temi attuali, storie dure e difficili, ma lo fa con una gentilezza raffinata, dipinta a colpi di pennello. “Le nevi del Kilimangiaro” è un film poetico, e già lo si intuisce nella canzone omonima che scorre sui titoli di coda, ma è anche un contrasto continuo tra sensazioni piacevoli e pugni allo stomaco.
La storia inizia nel porto di Marsiglia, dove alcuni operai hanno deciso di tirare a sorte i nomi di chi di loro finirà licenziato, sacrificio necessario a far sopravvivere la compagnia. Michel, capo del sindacato, estrae anche il proprio nome. Il pre-pensionamento è una nuova vita, segnata da un po’ di malinconia ma soprattutto da tanto tempo passato con i nipotini. A un tratto, però, una rapina in casa sconvolge le giornate di Michel e di sua moglie; il protagonista riesce a scoprire l’identità del rapinatore e inizia così un percorso che lo porterà a farsi molte domande, e anche a darsi qualche risposta.
Sullo sfondo di una bella Marsiglia che sboccia in primavera, si snoda un racconto di persone per bene, che nello shock di una quotidianità sconvolta senza apparente motivo, non finiscono per commiserarsi né si rifugiano in un odio senza uscita, ma si sforzano di comprendere le ragioni dell’altro, di andare oltre giudizi superficiali e istinti di vendetta. Il film suggerisce che siamo tutti potenziali “criminali”: non esistono gli archetipi del buono e del cattivo in assoluto, ma solo situazioni soggettive, storie personali che meritano di essere approfondite e comprese.
Nessuno ha pienamente ragione né completamente torto: pur criticando i meccanismi sociali, che spesso generano effetti odiosi e disumani, il film è una riflessione profonda sull’animo umano, sull’importanza dell’empatia e della solidarietà, un riflettore puntato sull’umanità delle persone che può venir fuori da ognuno e in qualsiasi situazione.
Felicità è innanzitutto stare a posto con la coscienza, sembrano dirci i protagonisti. E per essere felici occorre sforzarsi di comprendere anche quei gesti che nella nostra situazione appaiono incomprensibilmente ingiusti. Tra le tante domande che segnano i principali passaggi del film, Michel e sua moglie si chiedono: “Per cosa abbiamo lottato?” Di certo, verrebbe da dire, per poter guardare la vita a testa alta, con l’orgoglio di chi sa di essersi comportato bene con il prossimo, di aver saputo cogliere la bellezza della vita, di aver provato l’amore, dispensato perdono, anche nei momenti più duri.
Il film, in fondo, ci invita potentemente a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni (e reazioni), dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri, svelandoci come, oltre il velo dei pregiudizi, spesso si nascondano storie di persone che hanno sofferto e subito ingiustizie, e che il caso ha voluto non fossimo noi. Ma come nuovi farisei, siamo troppo distratti per ricordarcelo.

Written by: Luca Paolo Virgilio