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L’Elogio del dubbio

Sul triangolo spartiacque tra il Canal Grande e il Canale della Giudecca, é nell’eccellente struttura acquistata da François Pinault e ristrutturata dall’architetto giapponese Tadao Ando, Punta della Dogana, che trova luogo l’esposizione Elogio del dubbio, a cura di Caroline Bourgeois.
Il tema affrontato entra nella piaga dell’intimità tra l’artista e la sua opera, é quello delle incertezze identitarie, delle ambiguità.
Diciannove artisti per la messa in scena di sublimi opere, molte delle quali create appositamente per la sede ospitante. Sculture, fontane, installazioni ed oggetti che ci parlano di arte contemporanea.
Le danze le apre David Hammons, narratore di barriere razziali e sociali nel contesto afroamericano, con il suo geniale canestro adibito a lampadario di cristalli in Untitled (2000), e dirimpetto l’ennesima genialata del Cattelan che, con un trofeo al contrario, ci parla dell’esibizionismo padrone dell’opera d’arte odierna in Untitled (2007).
Proseguendo si incontra l’inquietudine della condizione femminile espressa in Roxys, tra le prime installazioni del mondo della storia dell’arte, firmata Edward Kienholz. Ed é quest’ultimo ad ispirare, per altro, l’arte bomba del caro Paul McCarthy, qui introdotto da una didascalia con su scritto: “Queste opere potrebbero turbare il pubblico più giovane” (e chi conosce l’arte McCarthyana può intuire il perché).
A seguire Thomas Houseago che, con il suo pensiero “Rispetto alla violenza l’arte appare come possibilità di sopravvivenza”, riesce a farci tirare un sospiro di sollievo.
Horn, invece, sceglie la forma dell’acqua per impersonare quell’infinità di forme e contenuti che sono lo snodo cruciale della mostra.
Ci sono poi il multiculturalismo di Chen Zhen, che dà vita a Un village sans frontières fatto di candele coloratissime, e il tema della violenza di Abdessemed, che ci rammenta lo scempio avvenuto nell’ormai lontano 2005 nelle banlieues francesi. Così lì, in mezzo ad una sala, é la riproduzione di una macchina bruciata, resa in terracotta, che mette in luce l’arte del fuoco: quella che nella vita reale distrugge e nell’arte crea.
E questo ossimoro, assieme alle tante altre ambiguità presentate nella Fondazione Pinault, tende ad elogiare il dubbio e a farsi fonte e spunto di riflessioni mature per tutti i visitatori.
Come maestri, oltre ai citati, ulteriori artisti (di certo non meno degni di nota) tra cui Koons, Numan, Judd e Ray.
Uscendo fuori dalle righe della ricca ed avvincente collezione, della quale sarà difficile rimanere scontenti se ci si fida del buon gusto di Pinault, ciò che mi piacerebbe sottolineare é l’estrema adeguatezza di questo spazio. Originale nella forma, esteticamente impeccabile, curato e caldo.
L’illuminazione si dedica in modo calzante alle opere, così come le didascalie: ben scritte, con tanto di apertura sull’artista e piccola panoramica di ogni opera. E dico ciò, perché troverei assolutamente interessante che si prendesse spunto dal riadattamento di strutture come questa. Sin da sempre utilizzata come tradizionale punto doganale per i traffici commerciali, oggi si fa culla della cultura contemporanea con la disinvoltura di un edificio erto con questa meta.

Written by: Andrea