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Egitto: rivoluzioni a metà.

Louis de Saint Just usava dire: “coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba“. E lui, che era un artefice del Terrore direttoriale, probabilmente avrebbe detto lo stesso dello stato corrente della primavera araba.
Se non son tombe, di certo il sacrificio di sangue e speranze è continuo. La rivoluzione compie un anno dalla caduta di Mubarak, dall’esultanza delle piazze e dal movimento dei giovani in Piazza Tahrir. Non è un fatto scientifico, non si danno ‘tempi’ alla rivoluzione o ad un cambiamento, ma c’è da vedere cosa è successo 365 giorni dopo. Erano stati acclamati come il vento nuovo del mondo arabo, quello non più attaccato e dipendente da una forza marziale per poter disciplinare il loro mondo, e riempiti di lodi dall’occidente dei buoni e dei buonisti, quello stanco dei barbarismi di integralisti come di americani sempre sul piede di guerra che si facevano esperti esportatori di valori e democrazia. Un entusiasmo che ora come ora non esce del tutto ripagato.
C’è da vedere se le cose sono cambiate in meglio, se le speranze di egiziani ed occidentali sono da rivedere, oppure se si tratta dell’ennesimo ritorno dell’uguale, per dirla in termini spicci. Da gennaio 2011 il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) ha preso la guida del paese, sottolineando il suo ruolo ‘temporaneo’ e non sostitutivo dell’autorità legittima; autorità che ha permesso e controllato lo sviluppo delle elezioni del dicembre 2011 e che hanno visto la vittoria di un ‘indipendente’ tecnico del governo Marzouk, in carica dal 7 dicembre. La costituzione egiziana rimane ancora non varata, e nel corso di dieci mesi lo spirito della rivoluzione sembrava perso e già si andava confermando l’assetto del momento: uno stato d’emergenza che continua a stabilizzarsi ed a diventare realtà quotidiana, se non giuridica ( lo SCAF c’è e ci sarà, dato che Feldmaresciallo Matawi, ossia l’uomo che controlla l’Egitto, ha ben visto di dichiarare che non se ne andrà nemmeno ad elezioni fatte ). Ciò certamente non rallegra i cuori dei più, che comunque non perdono la fiducia nell’esercito: secondo delle inchieste rilasciate dall’ Al-Ahram Centre for Political and Strategic Studies del Cairo nel novembre precedente le elezioni, la preferenza verso uno stato stabile piuttosto che civile era salita dal 7 al 10 percento ( e per quanto l’esercito fosse sceso dal 44% al 40,6%, manteneva una solidità nel popolo egiziano che non sarebbero stati pochi mesi di instabilità a far cadere ). Ma gli scontri sono continuati, i morti della rivoluzione sono un numero crescendo, scioperi nella giornata dell’annuale della caduta del governo chiamano per la fine del ‘direttorio’ dello SCAF. Ma questo si è prevenuto, smezzandosi le elezioni con i Fratelli Musulmani, alias l’unica forza politica che nel corso di un secolo di storia è stata capace di line fondare una propria autonomia di principio nello scenario egiziano, e attualmente primo partito ( con Giustizia e Libertà ) rappresentato nel nuovo Maglis egiziano . L’ascesa al potere dell’esercito ha coinciso con l’uscita, l’esclusione e la repressione dei Fratelli Musulmani, almeno fino alla fine degli anni settanta. Poi, la ‘libertà’ dei partiti politici – e ancora, l’epoca dei militari e del loro nuovo volto politico, moderno e amico dell’occidente cristiano della realpolitik.
Lo stato attuale delle cose dice che l’accordo fra i due non porterà nulla di buono al ‘popolo di piazza Tahrir’. Fratelli Musulmani e ‘popolo di Abyssia’ ( come è stato rinominata la roccaforte dei miliari ) hanno necessariamente bisogno l’uno dell’altro per andare avanti, e così si ha il compromesso a governo: la prima tornata elettorale per le parlamentari, del resto, ne è stata un chiaro esempio. Del resto, la caduta di Mubarak ha interrotto la catena dei volti della politica che reggevano le redini dell’Egitto stesso, e che, a partire dai Nasser, hanno basato il loro governo sulla loro persona. I militari, in parole povere, si sono trovati senza leader, ma sono ancora la forza reggente del paese; o meglio sono gli unici che dagli anni 50 riescono ad incorporare quell’aspetto di solidità e legittimità che la corrotta società civile egiziana sembra non conoscere. E’ un topos comune un po’ a tutti i paesi del medio oriente: dove la grande tradizione democratica non arriva, arriva la sprint dei battaglioni.
Così un anno dopo entusiasmi e speranze, l’Egitto è punto e a capo. In più, onde evitare possibili interferenze nel processo di ri-stabilizzazione ottenuto dopo le elezioni, dal 7 febbraio sono state letteralmente bloccate nel paese con accusa di frode e finanziamenti illeciti ben 17 uffici di diverse organizzazioni e fondazioni non governative, tra cui la tedesca Conrad Adenauer Stiftung e l’IRI ( Internationl Republican Institute ) con base a Washington, e più di 40 persone sono sotto controllo delle autorità egiziane. Si tratta, insomma, di istituti di cooperazione internazionale, studi o con finalità no profit; l’ennesima prova di un tentativo di allontanare la pressione esterna?
Quello che è certo è questo, ossia, storicamente governo militare ed isolazionismo non hanno mai portato a grandi risultati. E il primo ministro Marzouk non può scusarsi dei 73 egiziani periti nello scontro fra tifosi calcistici a Port Said né farsi carico di una colpa che non è sua, ma arriva fino in fondo allo sfiancamento di un popolo che non conosce vie di fuga dal vecchio regime. Il rischio è quello dell’involuzione del movimento, da rivoluzione a continua e delittuosa ribellione.

 

Written by: Marzia Picciano