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Film review: The Artist

Un film muto (o quasi) e in bianco e nero: una scelta coraggiosa ma anche consapevole che la forza del cinema classico è trascinante, e non solo per i cinefili. La nostra capacità di apprezzare l’aura degli anni ’20 e dei quattro decenni successivi può essere stata scalfita dalla televisione e in seguito dai contenuti incontrollati presenti su internet, ma The Artist dimostra come anche una ricostruzione di una forma pura di cinema (seppur rivisitata e non proprio aderente nella filologia delle inquadrature e delle situazioni) sia ancora godibile ed emozionante. Niente coraggio quindi, ma il talento nell’adottare uno stile con sincerità.1927. La storia è incentrata sulla fortuna e la caduta di George Valentin, un grande divo del cinema muto, che durante una premiere viene fotografato insieme ad una ammiratrice, Peppy Miller. La ragazza, simpatica e contagiosa, si ritrova così sulla prima pagina di Variety. Tempo dopo Valentin la ritrova sul set come comparsa. Durante le riprese sboccia una forte attrazione tra i due, che rimane però disattesa. Due anni dopo con l’avvento del sonoro a Hollywood, Valentin, non cogliendone la portata rivoluzionaria, si rifiuta testardamente di recitare in film parlati. Abbandona il suo produttore Al Zimmer (John Goodman) e decide di investire i suoi soldi nella realizzazione di un film muto, che però uscirà nelle sale lo stesso giorno del film sonoro con protagonista Peppy Miller, che ormai scopriamo essere diventata una stella. Il lavoro di Valentin si rivelerà adatto solo a un pubblico di nostalgici e non avrà alcun successo commerciale. Da qui la caduta dell’attore, un individuo per cui il riconoscimento della propria arte è linfa vitale. L’aiuto fondamentale nella sua sconfitta personale e artistica verrà proprio da Peppy.
Nella sceneggiatura del regista francese Hazanavicius, si alternano momenti costruiti per commuovere e sequenze notevoli (l’introduzione di Peppy, la nascita del sonoro, il salvataggio della pellicola con le scene amate) che sono rafforzate dalle magnifiche interpretazioni degli attori protagonisti, i nominati all’Oscar Jean Dujardin e Bérénice Bejo, che esaltano la mimica senza perdere mai concretezza.
Sarebbe improbabile pretendere la ripresa di un filone del muto, ma allo stesso tempo è inappropriato chiudere le porte ai molteplici linguaggi del cinema, solo per una pretesa omologativa dell’industria. La Pixar, lo studios probabilmente più influente degli ultimi 10 anni, ha basato le sue prime creazioni ma anche numerosi corti successivi proprio sulla tecnica del muto con il solo commento musicale, riscoprendo, anche se può sembrare contraddittorio parlando del campo dell’animazione, la mimica, le emozioni e il soggetto. Le tecnologie cambiano, ma l’essenza cinematografica sembra avere una forza eterna.
Un prodotto compiuto, ordinato, privo di voli pindarici ma capace di muoversi tra la dolcezza della storia, il meta cinema, un neo felliniano e la polvere di stelle.
Ciò che resta allo spettatore è trovare la capacità di emozionarsi nel momento in cui Peppy è commossa guardando il film muto di George Valentin, una scena che raccoglie il significato del cinema.

Written by: Giancarlo Curio