neonzine

P_ _ _ S J t’M.

La colonna sonora la rubo a Woody Allen: Si tu vois ma mère, di Sidney Bechet.
Come un evergreen, ma decisamente più sinuosa di una conifera, questa ville des ponts si affaccia sulla Senna quasi appoggiandovisi.
Le rives, le fatidiche, sono due, ma la cosa più appagante é stare affacciati sulla balaustra del Pont Des Arts a metà strada tra l’una e l’altra.
E nell’interno, penso agli angoli segregati di St Denise nel 10ème. Dove mille culture sembrano essersi date appuntamento per tirar fuori dal cilindro un odore speziato che profuma di tutto il mondo, dove i baretti hanno del logoro, dove le strade sembrano fumare tanta é la gente che le cammina avanti e indietro. Sarà per la vicinanza della Gare du Nord.
Quella di cui parlo é la città dove le rotaie sopraelevate nel 12éme, per quattro chilometri, sono state convertite in un giardino botanico stretto nella larghezza di non più di cinque metri, dall’atmosfera incantata da archi di rose, piante medicinali, odori e panchine. Nella Promenade plantée, a due passi dalla Bastille.
Mi riferisco al quartiere dell’alto Marais di Filles du calvaire, con il suo circo, i negozi radical e i boulangers per il brunch.
E’ il retro della cattedrale di Notre Dame, con il verde del suo giardinetto e lo spicchio di solitudine che si é voluta riservare.
In Rue Charonne pasticcerie e forni tenteranno i vostri cuori con leccornie in vetrina pronte per esaudire anche la più capricciosa delle acquoline. Pena: l’incontro col Cerbero.
E nel tardo pomeriggio, nelle giornate invernali dal cielo livido, sono i Jardin du Luxembourg che rendono l’idea per la scenografia di un set alla Witkin.
O l’elitarietà del 16éme perfettamente schizzata in L’Hérrisson.
Al numero 6 di AV. Marceau, il paese dei balocchi per chi é mondanità-addicted. Alla porta l’omonimo scimmione dello Studio 54 NewYorkese, la versione parigina di Bach. Sembra uscito da Pulp Fiction, in piena sintonia con la voga anni 70. Quasi due metri di uomo del colore della pece che, nel dubbio, alla tua richiesta di ingresso dice :”NO”. Un club microscopico, del tutto bordeaux, figlio della perdizione ed educato dall’élite, dove viene servito un cocktail rosa pig al gusto di caramella alla fragola.
E ancora il Marché aux Puces St Ouen di Clignacourt, e la Rue Lepic dell’ Amelie di Jeunet.
L’Ile Sint-Louis invece, di sovente troppo affollata da turisti, per nulla per caso, che scorrazzano tra le sue deliziose viuzze, aveva una luce diversa quando, nel 2009, il writer JF ebbe un’idea. Più di cento volontari hanno aiutato l’artista nella realizzazione di un’opera dall’aspetto colossale e magnifico: un omaggio alla donna ritratta attraverso la rappresentazione dei suoi occhi scrutati dal fuoriclasse in giro per il mondo e raccontati qui su tutti i ponti dell’isolotto cittadino. Touché.
Questi i luoghi che fanno magica l’idilliaca città boeme.
Si può scendere alla fermata Tuilerie, ritrovarsi il parco alle spalle e, se é autunno, varrebbe la pena di entrarvi e passare il pomeriggio a sentir cadere le foglie accartocciate, per poi ripararsi nel tepore delle stanze ovali che custodiscono gelosamente le tele più preziose del Monet: l’Orangerie.
E potrebbe anche succedere, come é successo, che verso le 18.15, quando la luce comincia a scendere, e con essa il buio, ci si ritrovi nella vasta piazza delle fontane, la Concorde, e mentre si alza lo sguardo le luci dei lampioni e delle acque si accendano, come se avessero aspettato che tu finissi la visita delle gallerie e arrivassi lì, per farti spettatore di quel gioco di atmosfera e sentori del tutto francesi.
Ora si attraversa la strada per imboccare Rue St Honore, l’ elegante e la proibitiva, percorrendola fino ad arrivare alla Rue du Pont Neuf, lasciando in disparte il disordine e la vivacità della Rivoli, che sembra essere il proseguimento dei famigerati, ma assolutamente sopravvalutati, Champs Elysees, per prendersi un momento di intimità con la malinconia che sgorga da tutti i pori della magnifica. Girando a destra, il ponte, quello più antico della città, ma pur detto ponte “nuovo”. E con esso la Senna, quello specchio d’acqua stretto in un fiume, che fedelmente riflette la luce che gli danno le ore.
Se poi vogliamo parlare del simbolo cult che la fa girare per il mondo con una statuetta, se ci teniamo a citare, quantomeno, ciò che dall’anno della sua costruzione (1889 per l’ EXPO) é stato visitato da più di 300 milioni di visitatori, bhé facciamone parola.
Siamo davanti a circa due milioni e mezzo di bulloni che tengono insieme 18.038 (uno più, uno meno) pezzi di ferro. La Tour Eiffel, quella che ha 1665 scalini e che ogni sera é illuminata da più di 20.000 lampadine. Di giorno sarebbe compiacente passare da Les Invalides, per Rue de Grenelle, per poi iniziare ad intravederla a scatti, tra un tetto pan di zucchero e l’altro, quasi per caso. Ma la maestosità che dal Trocadero ci é riservata alla sera, dalle 22.00 in poi, sembra essere inspiegabile. Una terrazza di marmo al centro del Musée de l’Homme che affaccia a picco, dirimpetto alla torre ricamata e, a quest’ora, illuminata a festa per scintillare.
Se c’é appetito il quarto arrondissement, quello storico, il cuore pulsante della ville, affollato di ebrei e negozi vintage, chiuso in una sorta di gomitolo di strade che portano da ogni dove a luoghi di cultura (ad est il Centre Pompidou, con la sua fontana che sembra ispirata alle visioni di Carroll, e a nord l’amata Place de Vodges, affogata dalle sue gallerie), é il posto giusto. Il regno dei falafel: polpettine vegetariane di farina di ceci, annegate in un melange di salse aromatiche irresistibilmente orientali.
Già il nome é poesia; nella metà delle lingue occidentali suona nello stesso impeccabile
motivo: P A R I S.

Written by: Andrea