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L’ARTE DELLA CITTA’ (NON)PROIBITA

A Pechino, “Spazio 798” è sinonimo di arte contemporanea. Nient’altro che un complesso industriale cinquant’anni fa, oggi distretto creativo di spicco all’interno del panorama artistico orientale. La trasformazione inizia nel ’95, quando l’ Accademia di Belle Arti di Pechino cerca locali in cui stanziare il proprio laboratorio di scultura; niente di più appetibile che un agglomerato di fabbriche (tra cui la numero 789) cadute in disuso per mano delle riforme economiche di Deng Xiaoping, affittate a prezzi stracciati. Da allora questi stabili (il cui stile di chiara ispirazione Bauhaus palesa la nazionalità degli ideatori) rinascono come studi e dimore di numerosi artisti, gallerie, caffetterie, spazi per esposizioni, conferenze e spettacoli.
L’area di Dashanzi diventa la Unforbidden city. Una città nella città, fulcro della produzione artistica e simbolo di libera creazione in lotta contro la censura, contrapposta ideologicamente alla “Città Proibita”, palazzo imperiale il cui ingresso era concesso solo su autorizzazione dell’imperatore, rappresentazione della Cina degli antidemocratici divieti.
Nell’ area 789 vive e lavora il noto duo artistico dei Gao Brothers, impegnato a presentare la mostra collettiva “(Un)Forbidden City. La post rivoluzione della nuova arte cinese” a cura di Simona Rossi e Dominique Lora, ospitata dal Macro Testaccio fino al 4 marzo.
In un’intervista al quotidiano La Repubblica, raccontano: “In Cina oggi un artista incontra molti problemi. In particolare se vuoi esprimere opinioni e critiche sulla realtà sociale e politica. La censura incombe e spesso ti viene vietata la possibilità di esporre le tue opere. […] Dal 1983 al 1993 ci vennero sequestrati i passaporti e non potevamo lasciare il paese. Ma i problemi sono continuati. Nel 2001 non abbiamo potuto partecipare alla Biennale di Venezia dove avremmo portato la performance dell’abbraccio“.
Performance collettiva riproposta lo scorso 28 gennaio in Piazza del Popolo a Roma, come evento inaugurativo dell’esposizione, in cui i partecipanti sono stati invitati a scegliere un compagno sconosciuto con cui condividere un abbraccio. “The Utopia of Huggings for 20 minutes”, questo il titolo, s’inserisce all’interno di un percorso artistico nato nel 2000 nella spiaggia di Jinan e cresciuto in giro per il mondo, riproponendo le stesse modalità performative a soggetti diversi, sullo sfondo di scenari sempre rinnovati. Questa catena di abbracci incarna esemplarmente la poetica dei fratelli Gao, incentrata sugli individui e le precarie relazioni sociali, rarefatte dal governo repressivo di Mao e successori.
Temi che formano il fil rouge che va ad unire le opere del duo esposte nella collettiva. “The sense of space (reading)”, fotografia del 2000, esprime l’oppressione fisica e intellettuale operata da una nazione che pone sotto stretto controllo i suoi cittadini, in un mondo in cui le relazioni interpersonali sono atrofizzate dalla difficoltà di una vera comunicazione; “Outerspace Project n° 7” è metafora della Cina contemporanea, la cui carta geografica è trasformata in un alveare che rinchiude in cellette i suoi abitanti, condannati a vivere in un mondo standardizzato e senza meta.
Gli altri artisti presenti in mostra condividono con i Gao Brothers non solo la comune esperienza all’interno dello Spazio 789 ma anche la provocazione e la denuncia espressa nelle loro opere. Appartengono a un filone artistico che prende vita dopo la morte di Mao, momento cruciale in cui gli artisti cinesi si discostano dal modello della così detta “arte per le masse” imposto dal regime. Si sentono partecipi e responsabili del cambiamento sociale in atto, esprimono il loro dissenso nei confronti della Rivoluzione Culturale e delle sue conseguenze venendo, per questo motivo, non di rado censurati (condizione ancora attuale in Cina. Ne è un esempio l’arresto dell’artista Ai Weiwei, recluso dalle autorità cinesi dal 2 aprile al 22 giugno 2011 in una località segreta, a causa della sua attività di opposizione al regime).
Niente “Political pop” all’interno di questa esposizione, niente serigrafie alla Warhol con il volto di Mao al posto del faccino di Marilyn, nonostante questa corrente sia stata a lungo rappresentazione principale dell’avanguardia artistica cinese in Occidente. “Unforbidden city” mostra il dissenso non urlato ma sussurrato, ugualmente dirompente e toccante in tutta la sua forza contestatrice. Ogni opera è strettamente correlata alle problematiche della Cina passata e presente e all”identità dell’individuo. Lu Fei Fei parla della politica del figlio unico, fotografa bambini che, come lei, sono nati al di fuori del programma di cotrollo delle nascite, ritraendoli sullo sfondo di slogan a favore della politica del figlio unico. Utilizzando degli oggetti ready made, quali bidoni della spazzatura, lampadine accese e casse stereo che inondano tutta la sala di suoni e rumori che ricordano a protesta di Piazza Tienanmen, Wu Xiaojun crea l’installazione “I want to say”. Il fine, afferma l’artista, è quello di “mostrare l’utopia di un mondo depresso risultante dall’epoca post ideologica che ha seguito la caduta di Mao, […] ricordare le tracce e le ombre lasciate dalle grandi ambizioni politiche del secolo scorso“.
Un lenzuolo incorniciato e appeso al muro, un altro sospeso in aria come fosse un’amaca, entrambi macchiati di liquido seminale: è “Wet Dreams 1989-91”, opera per molti anni esposta come anonima per paura della censura, a seguito della chiusura di una rivista che aveva avuto il coraggio di pubblicarla. Creata da Sun Ping mentre era sotto le armi, crea un parallelo tra la repressione sessuale durante il periodo dell’arruolamento e la repressione attuata dal governo cinese.
Di grande impatto i ritratti fotografici di Gao Shen, “Portraits of a homeless man” ,che immortalano dei mendicanti ,combinandone l’identità reale e quella artificiale: a sinistra l’aspetto che assumono nella quotidianità, a destra l’immagine che li ritrae curati e con vestiti occidentali, gli stessi indumenti banditi dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale, poichè considerati “borghesi”. Sun Lei ci propone invece tre cubi luminosi, sui quali poggiano oggetti da viaggio, tutti esclusivamente creati attraverso materiale trasparente. Ricreando il controllo di sicurezza di un aeroporto, l’artista crea una pungente metafora del ferreo controllo a cui si è sottoposti in Cina. Tra le fotografie di Li Xinmo, “Ophelia’s Dream”, chiara citazione dell’Ofelia preraffaellita, ci ricorda la continua dialettica tra arte orientale e occidentale; basti pensare a Monet o Van Gogh, ispirati dalle stampe dei grandi maestri giapponesi come Hiroshige ed Hokusai, durante la stagione di maggior diffusione del fenomeno dell’esotismo in Europa. Non a caso (Un)forbidden City fa parte del programma della Biennale Internazionale di Cultura “Vie della seta” che prevede conferenze, esposizioni, eventi nella città di Roma, incentrati su un Oriente per troppo tempo ignorato e poi fantasticato più che realmente conosciuto.

Written by: Giulia Zaccagno